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Cristo: unità di Dio e dell’uomo?

Il pensiero filosofico e teologico ha affermato con forza l’alterità di Dio rispetto all’uomo, a tal punto che tra di loro non sarebbe possibile nessun confronto. Questa differenza di natura è stata ancora più accentuata da quella concezione che insiste sulla trascendenza di Dio e ne fa un essere distinto e separato, molto al di sopra degli uomini, secondo uno schema di pensiero dualista sulla Realtà. Di conseguenza tra Dio e l’uomo non può che esserci un abisso invalicabile. Il giudaismo posteriore al secondo tempio, e più ancora l’islam, mi sembrano condividere questa concezione della divinità: è il Dio onnipotente, totalmente altro, che regna “nell’alto dei cieli” in una impenetrabile trascendenza, insondabile e inaccessibile a noi poveri umani. La maestà di questo Signore dominatore è schiacciante: già le genti del Medioevo preferivano pregare Maria; gli uomini emancipati del mondo moderno, oltre a non trovarlo credibile, gli voltano le spalle. La figura di Cristo mi pare smentire questa concezione antinomica di Dio e dell’essere umano.Dio non è la stessa cosa di Zeus in cima all’OlimpoFintanto che Dio è concepito come un essere oggettivato e onnipotente, come Zeus in cima all’Olimpo e come l’inafferrabile Assoluto, Signore dei mondi, Gesù può difficilmente essere pensato come la rivelazione umana di Dio: cosa dovrebbero avere in comune quella divinità e quest’uomo galileo dell’epoca dell’imperatore Tiberio? Di qui scaturiscono le controversie senza fine per sapere se Gesù è l’icona di Dio oppure solamente un uomo, certo notevole, ma uomo come noi. Tutt’al più lo diremo profeta, o ancora uomo scelto da Dio, oppure il suo luogotenente umano, ma niente di più che umano. La cosa che conta, in questo dibattito, è sapere quale relazione l’uomo può instaurare con la divinità. Perché se Dio e l’uomo sono così vertiginosamente diversi, come si può stabilire tra loro una vera relazione? Non rischia di essere poco equilibrata, alterata in profondità? Di fronte alla maestà e all’onnipotenza l’uomo non dovrebbe sottomettersi, fino addirittura ad annientarsi? Come sussistere davanti a questa pienezza accecante? Perché l’uomo moderno non dovrebbe intraprendere una lotta mortale contro questo Dio eteronomo, per poter esistere ed essere un soggetto responsabile delle sue azioni?

Inoltre è pericoloso per l’uomo, sull’esempio di Gesù, pensarsi figlio di Dio, destinato a condividere questa “natura divina” nella vita eterna. L’uomo che si considera vocato a tale divinizzazione rischia di concepire solo disprezzo e vergogna per la sua condizione umana soggetta alla colpa, alla differenza dei sessi e alla morte. Ecco, in tale scenario, mi sembra, il Peccato esposto nel racconto di Genesi, che da sempre incombe sull’uomo: voler diventare come degli dèi possedendo una completezza immaginaria. Questo scenario, e la concezione di Dio che lo sottende, è rivelatore del desiderio di onnipotenza e della megalomania del desiderio all’opera nell’uomo: impossessarsi dei privilegi del padre, come testimoniano le manifestazioni del complesso di Edipo. Dio non è quel dio, non è quella la sua promessa all’uomo.
Dio è colui che stringe alleanza con l’uomoNella Bibbia, Dio appare in primo luogo come colui che stringe alleanza con l’uomo e che si rivela fondamentalmente relazionale. C’è, tra Dio e l’uomo, qualche cosa di comune che permette loro di avere un rapporto: l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,27). Del resto la croce mi sembra contraddire radicalmente l’idea di un Dio onnipotente che impone la sua volontà agli uomini; crocifiggendo il suo inviato, gli uomini gli oppongono un rifiuto categorico. La resurrezione non è una prova di forza. La potenza di Dio che vi si manifesta è appunto legata alla relazione: Dio non costringe ma vuole stimolare la nostra libera adesione e rispetta la nostra autonomia.

Dio non si deve cercarlo in un cielo immaginario, egli è al centro della realtà. Non occupa tutto lo spazio ma è la ragione interna di tutto ciò che esiste, la dimensione incondizionata dell’uomo e dell’universo, come dice Paul Tillich (1886-1965), la potenza persuasiva e creativa del mondo. Dio non è più un settore particolare della vita, al contrario le conferisce una profondità inesauribile. La differenza tra Dio e il mondo non deve nascondere l’unità fondamentale della Realtà. Dio non è la stessa cosa con la Realtà (panteismo) né l’Altro (dualismo) ma un polo costitutivo della realtà che parla in noi. Non è forse ciò che possiamo scoprire nella manifestazione di Dio apparsa in Gesù, riconosciuto come il Cristo? Dio infatti si svela nella vita e nella storia concreta di un uomo. La differenza tra Dio e l’uomo Gesù non esclude la relazione, che al contrario si manifesta in maniera eclatante nell’uomo di Nazareth. Dio non è Gesù e Gesù non è Dio; non vediamo in lui l’assoluto, l’infinito. Tuttavia la trascendenza di Dio non appare così grande da rendere impossibile ogni relazione; al contrario sembra preoccuparsi che l’uomo non rimanga al di fuori della sua portata. Dio si rende presente nell’umanità stessa di Cristo al più alto grado possibile, in quest’uomo che, nella fede, si è concepito lui stesso come amato-da-Dio. La relazione con colui che egli chiama il suo Abba (Padre, Papà) e prega, fa di lui l’immagine del Dio invisibile (Colossesi 1,15).
Gesù manifesta l’unità di Dio e dell’uomoMi sembra allora possibile affermare che in Gesù Dio è presente “con una intensità d’eccezione” (Stanislas Breton, 1912-2005). Gesù è messaggero di Dio attraverso il suo Spirito che agisce in lui, al quale è pienamente aperto. Dio e l’uomo non sono in lui due nature distinte sebbene riunite, così come affermato dal concilio di Nicea del 325 e quello di Calcedonia del 451 a proposito di Gesù Cristo; Gesù non è un’eccezione, un essere sovrannaturale che non ha nulla a che vedere con noi; noi abbiamo potenzialmente la stessa possibilità di esistenza. Dio e l’uomo non fanno numero: “Io non sarei se non fossi in te, da cui, per cui, in cui sono tutte le cose” scrive Agostino (354-430) nelle sue Confessioni. Dio è la dimensione della profondità dell’umano, il dinamismo creativo che ci sostiene e ci fa progredire, andare avanti. “ È in lui che viviamo, ci muoviamo, e siamo, poiché siamo anche sua discendenza » come dice san Paolo ai filosofi di Atene (Atti 17,28). Cristo manifesta questa eterna unità di Dio e dell’uomo; in questo modo ci è permesso vedere in Gesù, simultaneamente, il simbolo supremo di Dio e l’essere umano nuovo. In Cristo appare l’uomo compiuto perché esistenzialmente unito con la sorgente del suo essere. La potenza divina che traspare in lui non è opprimente; essa porta la sua umanità contingente e mortale alla perfezione. Dio non ha paura della nostra sofferenza, del nostro essere mortali; noi non dobbiamo avere vergogna di ciò che siamo: degli uomini. In Cristo noi ormai sappiamo che vi è nell’uomo qualcosa di più che l’uomo, che la nostra identità porta in sé l’alterità di Dio: “L’uomo supera infinitamente l’uomo” (Blaise Pascal, 1623-1662). La metafora della filiazione divina di Gesù e il simbolo dell’incarnazione di Dio esprimono, sebbene in termini mitologici per l’uomo di oggi, quel mistero dell’unità relazionale di Dio e dell’uomo che è l’amore.

Dio non è quell’essere assoluto che ci immaginiamo noi. Tutto quello che bisogna sapere su Dio è ora conoscibile nell’incontro con quel Figlio che ci rivela pienamente l’amore di suo Padre (Giovanni 1,18; 3,16-18). Dio si manifesta in “quel mormorio di vento leggero” che ci rigenera, ci accetta per come siamo e ci fa nascere di nuovo. Appare allora l’uomo voluto da Dio: resuscitato. Quest’uomo può già essere ciascuno di noi, quando arriviamo ad aprirci, grazie alla potenza di Cristo, a quella realtà più vicina al nostro intimo di quanto lo siamo noi stessi: quella scintilla divina nascosta nel più profondo della nostra anima. (Vedere a questo proposito Meister Eckhart, 1260-1327)

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