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5. Il nostro desiderio di realizzare una fraternità attiva tra gli uomini, che sono tutti, senza distinzioni, figli di Dio.

Di Laurent Gagnebin

Laurent Gagnebin è stato pastore della Chiesa Protestante Unita di Francia a Parigi, poi professore all’Istituto Protestante di Teologia (facoltà di Parigi). È stato presidente dell’Associazione Évangile et Liberté e, per dieci anni, direttore di redazione del medesimo mensile.

Ogni mese potete leggere sulla nostra rivista le grandi affermazioni che da molto tempo costituiscono la base delle nostre convinzioni e del nostro lavoro. Abbiamo deciso di proporre una serie di riflessioni su queste cinque affermazioni.

Traduzione di Giacomo Tessaro

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.

Nella prima lettera di Giovanni si legge questa magnifica esclamazione: “Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo” (3:1a). La condizione di figli di Dio è effettivamente un dono divino, ed è un’espressione della grazia; ecco perché, in quella stessa lettera, troviamo scritto due volte che “Dio è amore” (4:8; 4:16).

Dire che siamo “tutti” figli di Dio, come dichiara il quinto principio del nostro mensile, può essere messo in relazione con il pensiero espresso dal grande mito della Genesi (1:27), il quale afferma che l’essere umano è stato creato a immagine di Dio. Questa immagine si è, e si presta ad essere, fortemente degradata, ma, contrariamente a quanto dicono certi teologi, non è stata completamente cancellata. È un marchio divino inscritto in ciascuno di noi, che afferma la dignità incondizionata della persona umana.

“Una fraternità attiva”

Riconoscere in Dio un “Padre” non ha senso se non lottiamo per dare, attraverso “una fraternità attiva”, una corrispondenza concreta alla paternità divina; in caso contrario, non possiamo credere veramente che Dio è “Padre nostro”. La verticalità di Dio Padre si incrocia con l’orizzontalità della fraternità, ed è l’amore per il prossimo che fa esistere Dio Padre: che sia tale, dipende da noi. Alcuni forse vedranno nell’universalismo della “fraternità”, per come si esprime nel motto francese (libertà, uguaglianza, “fraternità”), un richiamo implicitamente religioso. È così?

Ritenere e credere che siamo tutti, “senza distinzioni”, figli di Dio, non è scontato e ci porta su piste molto difficili. Gesù le ha percorse portando l’esempio di un Samaritano (quindi di un eretico), di una prostituta, di un agente delle tasse corrotto; ha promesso la vita a uno dei malfattori crocifissi con lui; ha amato e reintegrato dei lebbrosi (espulsi dalla società), gli storpi della vita e del nostro mondo, quelli che vengono scartati. Tutto questo lo crediamo, lo sappiamo, lo diciamo. Sarebbe bene, e direi che è essenziale, includere in questa fraternità tutti gli uomini di buona volontà, quale che sia la loro religione o il loro ateismo: “Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Giovanni 4:7b). Certo, trasporre nella nostra esistenza attuale l’esempio di Cristo e creare delle corrispondenze precise per i suoi atteggiamenti trasgressivi metterebbe sicuramente in crisi molte comodità e convenzioni sociali.

Salvezza universale

“Tutti, senza distinzioni, figli di Dio”: significa anche “tutti, senza distinzioni” salvati? Ricordo una lezione di catechismo durante la quale esposi il concetto di salvezza universale. I giovani allievi rimasero entusiasti, anzi molto sollevati, perché avevano paura dell’inferno, e fu allora che posi la seguente domanda: stando così le cose, Hitler e Stalin hanno avuto, in Dio, la medesima sorte di Martin Luther King e Albert Schweitzer? Silenzio mortale, stupore. La reazione dei miei catecumeni fu allora quella di postulare una sorta di purgatorio, il più tremendo possibile, ma non eterno. Avevano come tutti il diritto di creare una propria risposta di fronte alla mia fede nella salvezza universale. Non mi parevano poi molto lontani dall’affermazione di Paolo secondo la quale alcuni saranno salvati “come attraverso il fuoco” (1 Corinzi 3:15b). Ricordo un altro episodio. Raphaël Picon mi chiese di tenere assieme a lui una lezione per alcuni nuovi studenti della Facoltà di Teologia Protestante di Parigi. Non ricordo per quale motivo, ebbi l’occasione di proclamare la salvezza universale, ma molti degli studenti mi rimbeccarono dicendo che era una convinzione priva di salde fondamenta bibliche. Disputai con loro Bibbia alla mano, e alla fine dichiararono: “Lei ha torto, ma il suo punto di vista ci piace, perché è animato da bontà verso tutti gli uomini”. Ma allora, Dio è forse meno buono di me?

“Ominizzazione”

“Tutti, senza distinzioni, figli di Dio.” In alcune persone l’immagine di Dio in loro è esaltata, viva, mentre in altre è degradata, schiacciata, per non dire annientata. In ogni caso, però, quest’immagine c’è.

Mi piace pensare che l’uomo non è ancora uomo, che il nostro compito è far sì che l’uomo, andando verso Dio, divenga davvero uomo. Noi siamo figli di Dio, e al tempo stesso è nostro compito “diventarlo” (Giovanni 1:12-13). Théodore Monod, nei suoi Taccuini, prende a prestito dai paleontologi il termine “ominizzazione” e si chiede se l’uomo desidera veramente tale ominizzazione “difficile” ed “eroica”: l’uomo “è deciso veramente a diventare uomo?”. Ma anche Dio è in divenire, perché ancora non è “tutto in tutti”, come dice Paolo (1 Corinzi 15:28). Dio diviene, e, a ben guardare, dipende da noi che raggiunga o meno la pienezza.

“Il nostro desiderio”

Questo principio di Évangile et Liberté non parla all’imperativo; parla del nostro “desiderio” di realizzare una fraternità attiva tra gli uomini. Se pensiamo alle esigenze di attivismo del cristianesimo sociale, potremmo trovare la parola “desiderio” fiacca e di scarsa attrattiva, quasi disfattista, di fronte ai compiti immensi che ci attendono e alle richieste di aiuto che ci rivolgono le innumerevoli vittime della violenza e dell’ingiustizia. Cosa può valere un semplice desiderio di fraternità? Ma io trovo giusta questa parola, perché si tratta di realismo di fronte a un compito smisurato; inoltre, dato che segnala una mancanza, ci invita ad essere creativi e dinamici. È un desiderio che esprime qualcosa di molto profondo che dimora in noi, e che non solo esprime la realtà e la finitezza della nostra umanità, ma sottintende anche apertura e speranza. Il desiderio è certamente caratterizzato dalla mancanza, ma l’attesa, che ne è un’altra caratteristica, può essere attiva e assumere la dimensione della ricerca. Di questo desiderio fa parte anche un deciso orientamento verso la trascendenza, verso ciò che è più grande di noi. È fiducia in sé, in ciò che potremmo essere, una realtà che ci viene offerta: “Noi siamo degli esseri finiti aperti sull’infinito” scrive André Comte-Sponville nella sua “Spiritualità per atei. Cosa resta quando si rinuncia alla fede” (EDB, 2015). L’uomo non può essere ridotto al niente della sua condizione mortale e peccatrice, non è riducibile a un vinto dalla storia, a un prigioniero impotente e senza voce, prostrato ai piedi di una croce. Il “desiderio di realizzare una fraternità attiva tra gli uomini” non è una speranza vaga e sterile, è qualcosa che ci conduce verso la vita, verso gli altri. È una forza, uno slancio possibile, una volontà, e non l’abbandono passivo a delle chimere, a delle realtà inaccessibili, come una sorta di rassegnazione e di chiusura.

“Amate i vostri nemici” dichiara Gesù (Matteo 5:44); ma non è un abbassare le braccia, una rinuncia, una capitolazione; si tratta, al contrario, di tentare il tutto per tutto in un gesto di fraternità per trasfigurare il male, invece di lavarcene le mani ricacciandolo all’inferno. Una vita autenticamente umana, forse, con la sua fedeltà all’Evangelo, un tentativo di trasfigurazione del male in cui liberamente ci uniamo a un’opera creativa e divina.

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À propos Gilles

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a été pasteur à Amsterdam et en Région parisienne. Il s’est toujours intéressé à la présence de l’Évangile aux marges de l’Église. Il anime depuis 17 ans le site Internet Protestants dans la ville.

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