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La costante necessità di una critica riformatrice

Di Gilles Bourquin

Ogni mese potete leggere sulla nostra rivista le grandi affermazioni che da molto tempo costituiscono la base delle nostre convinzioni e del nostro lavoro. Abbiamo deciso di proporre una serie di riflessioni su queste cinque affermazioni.

Traduzione di Giacomo Tessaro

ha studiato teologia protestante a Neuchâtel, poi per una quindicina d’anni ha esercitato il ministero pastorale. Autore di una tesi di dottorato sulla teologia della spiritualità, è co-caporedattore e teologo del nuovo mensile Réformés, una pubblicazione indipendente finanziata dalle Chiese riformate della Svizzera romanda.

Per amore della verità e per fedeltà al messaggio evangelico, e rifiutando ogni sistema autoritario, noi affermiamo: […] La costante necessità di una critica riformatrice. […]

Dalle Cinque Affermazioni della rivista Évangile et Liberté.

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.

I teologi liberali del XIX secolo sottolineavano la necessità di una riforma costante delle dottrine cristiane, al punto che esse non possedevano più un valore definitivo. Questo suppone che la fede abbia la priorità sulle dottrine, altro “dogma” liberale. Nel XIX secolo l’insistenza sul progresso del pensiero non era una prerogativa dei teologi liberali, era un’espressione dello spirito del tempo. Mentre gli illuministi avevano tentato di teorizzare l’universalità della ragione, il XIX secolo si è ribellato contro il suo carattere immutabile e affermato che tutto evolve nella storia, e la filosofia e la teologia non fanno eccezione. Perciò non esistono più dottrine definitive, ma tutto viene regolarmente sottoposto a critica. In prima battuta esamineremo la pertinenza del “dogma” liberale dell’evoluzione delle dottrine, poi ci chiederemo come giustificano le teologie liberali la costante necessità di riformare la teologia cristiana.

Resistere o riformare

Osserviamo prima di tutto come la volontà liberale di criticare le dottrine tradizionali contiene un giudizio di valore: il rifiuto delle riforme e gli atteggiamenti conservatori sono considerati un torto. Ma perché? Non esistono forse delle situazioni in cui, nel nome dell’Evangelo, è necessario resistere alle mode culturali? I riformatori hanno sempre ragione? L’apostolo Paolo comincia la sua epistola ai Galati, uno dei testi più antichi del Nuovo Testamento, con una critica spietata di coloro che ribaltano l’Evangelo ricevuto in origine: “Mi meraviglio che così presto voi passiate, da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. Ché poi non c’è un altro vangelo; però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo” (Galati 1:6-7). Detto questo, non è scontato che questa critica possa essere applicata ai teologi liberali, dato che questi ultimi, modificando le espressioni della fede, cercano di promuovere lo spirito originale dell’Evangelo secondo i codici culturali del loro tempo.

Ovviamente, non tutte le riforme sono automaticamente giuste e bisogna esaminarne con cura le motivazioni. La logica riformatrice impone ai teologi liberali di sottomettere le loro affermazioni alla critica storica. Riprodurre, oggi, tale e quale il liberalismo teologico del XIX secolo non è un atteggiamento liberale, ma una forma paradossale di “conservatorismo liberale”.

Fattori interni ed esterni

Dopo questa introduzione, andiamo al fondo della questione: il principio liberale afferma la costante necessità di una critica riformatrice, ma non ne precisa le ragioni. Come possiamo giustificare il dovere della costante rivisitazione dei fondamenti della fede? Svilupperò tre argomentazioni, di natura diversa, in favore della critica riformatrice: teologica, adattativa e filosofica.

Si tratta, prima di ogni altra cosa, di distinguere le argomentazioni interne alla fede dalle pressioni esercitate dall’esterno. Si può voler riformare la fede perché lo richiede la sua logica interna, perché è una fede che tende a cambiare, è vivace, dinamica ed evolutiva; o, al contrario, perché l’ambiente storico, sociale e culturale in cui questa fede si esprime richiede una modifica delle modalità di comunicazione. Vedremo come, nella prassi, spesso le argomentazioni interne ed esterne siano strettamente legate.

L’Evangelo è una riforma

L’idea che la fede cristiana sia una forza riformatrice è confermata dalla sua origine: il cristianesimo non è una creazione originale, bensì un movimento riformatore giudaico. La suddivisione delle Scritture cristiane in due Testamenti sottolinea il carattere evolutivo della fede. Cristo reinterpreta il giudaismo, trasformando il suo carattere giuridico nazionale in una religione universale dell’amore di Dio e del prossimo. L’esegesi storica dei testi biblici rivela che, all’interno del giudaismo e poi del cristianesimo, si combinano diversi modelli teologici; questo ci permette di considerare la storia della Chiesa come un processo continuo di creazione di dottrine. Perciò, a cominciare dall’impulso dato da Gesù, poi da Paolo, le riforme della fede vedono sempre un doppio movimento di ritorno alle origini e di rinnovamento spirituale, e non sono mai un semplice meccanismo di fuga in avanti.

Gli autori del Nuovo Testamento hanno integrato nelle loro dottrine questa dimensione trasformatrice della fede. I vangeli sinottici parlano della “metanoia” (termine greco che significa “cambiamento di stato mentale o di opinione”) scatenata dall’irruzione del Regno di Dio nella storia; secondo il vangelo di Giovanni “lo Spirito ci condurrà alla verità tutta intera”; l’apostolo Paolo descrive il cristiano come “morto e resuscitato con Cristo”, esprimendo con queste parole l’esperienza dolorosa ma rigenerante dell’Evangelo.

Adattarsi per sopravvivere

Ma la riforma della fede non deriva unicamente da cause interne: essa si rivela necessaria quando cambiano i riferimenti culturali di una società, rendendo necessario un rinnovo della comunicazione della fede, che rischia di divenire non più ricevibile per la maggior parte delle persone; in questo caso, la critica riformatrice può essere concepita come una strategia d’adattamento perché la comunità di fede possa sopravvivere. Utilizzo qui il concetto di “adattamento”, preso in prestito dalla biologia evoluzionista, perché, sul piano culturale, si tratta di un fenomeno simile. Quasi tutti i progressi delle religioni possono essere spiegati con la lotta per non essere emarginate. Il progetto evangelico iniziato da Gesù di Nazareth può essere visto come un tentativo ben riuscito di adattare il giudaismo alle necessità della società ellenistica, individualista e pluralista, di quel tempo. Gesù si rivolge a tutti, senza farsi troppi problemi di nazionalità e o religione; si preoccupa prima di tutto della salvezza, del benessere spirituale e della salute di chi gli sta davanti. Le cause esterne della sua riforma coincidono con le cause interne; diversi teologi liberali descrivono l’Evangelo come un adattamento del divino all’umano.

A partire dal Rinascimento i progressi delle scienze moderne sono stati le principali cause esterne di adattamento delle dottrine cristiane, che hanno dovuto confrontarsi con le nuove teorie sulla creazione dell’universo, della terra, della vita e dell’uomo. Dopo aver rinunciato alla verità storica del racconto della Genesi, uno dei principali obiettivi delle teologie liberali ottocentesche è stato adattare la teologia accademica alle acquisizioni scientifiche, per non farla cadere in discredito e non farla tacciare di oscurantismo. Al giorno d’oggi, il dialogo con le scienze rimane una delle principali sfide delle teologie liberali.

Riforme incompiute

In definitiva, la costante necessità di una critica riformatrice, di cui sono paladine le teologie liberali, è una conseguenza della nostra insoddisfazione esistenziale. Se, come suppone il cristianesimo, il fine dell’uomo è la riunificazione con Dio prefigurata nell’immagine del Cristo, fin quando saremo in questo mondo ci sentiremo lontani da Dio. Questa mancanza di pienezza crea in noi il costante desiderio di riformare la realtà per avvicinarci alla perfezione: è l’utopia che guida ogni progresso umano. Il Regno di Dio, motore e fine dell’evoluzione, si pone però al di là di ogni nostra possibilità di riforma. Per quanto siano necessari, i nostri sforzi per trasformare la realtà non ci permettono mai di superare lo stadio della fede; attraverso la fede, possiamo intravedere il regno della verità, senza poterlo mai raggiungere.

À propos Gilles

a été pasteur à Amsterdam et en Région parisienne. Il s’est toujours intéressé à la présence de l’Évangile aux marges de l’Église. Il anime depuis 17 ans le site Internet Protestants dans la ville.

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