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Chi è Gesù per noi?

Nel 451 il concilio di Calcedonia prese una decisione riconoscendo la sua doppia natura divina e umana. Ma nei fatti, fino a tempi recenti solo la sua natura divina è stata posta in primo piano. Solo a partire dalla fine del XIX secolo si comincia a riscoprire la dimensione umana e storica di Gesù. Se l’esegesi storico-critica si interessa al “Gesù storico” fin dall’Illuminismo, è probabilmente Ernest Renan ad aprire la via al grande pubblico con l’opera “Vita di Gesù” (Newton Compton, Roma, 2012) nel 1863. Per Renan Gesù è un uomo che lotta contro il clericalismo giudaico in nome di un umanesimo laico e universale: Gesù come uomo incomparabile e non più come Dio. Certo, Renan legge i vangeli con le preoccupazioni del suo tempo, tuttavia il suo approccio, che ci può sembrare alquanto desueto, ha scardinato molti preconcetti e ci ha permesso di riconsiderare le nostre credenze in modo più corretto. Gesù ormai non appartiene più all’istituzione ecclesiale: ci sarebbero quindi voluti diciannove secoli perché il suo messaggio potesse essere inteso. In questo inizio di XXI secolo troviamo numerose pubblicazioni che si interessano alla storicità di Gesù e al suo messaggio, in particolare la notevole summa di John Paul Meier “Un Ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico” (Queriniana, Brescia). Anche se oggigiorno l’esistenza dell’uomo Gesù è ammessa da quasi tutti, credenti e non credenti, questo però non risponde alla domanda su chi egli sia. È un saggio, un filosofo, un profeta? È il “Cristo” come confessa Pietro? Cosa ha fatto prima della sua morte perché si creda alla sua resurrezione?Gesù saggio e profetaPrima di tutto, Gesù ridefinisce la legge attraverso il suo insegnamento, i suoi segni e le sue frequentazioni. La sua proclamazione non costituisce affatto un insegnamento sistematico, ancora meno un codice di morale. Non abolisce i rituali, le istituzioni e gli atti religiosi collettivi, ma afferma che si tratta solo di mezzi e non di fini. L’autentico fine è l’amore per l’altro. La legge e i rituali hanno senso solo se insegnano ad amare. In definitiva, il messaggio di Gesù potrebbe così riassumersi: adorare Dio in verità significa amare il prossimo. Nei suoi discorsi come nella sua prassi Gesù è sempre alle prese con situazioni concrete ed è in tale contesto che interpreta la legge: la vita viene sempre prima del rito. Ecco cosa lo autorizza a guarire in giorno di sabato, senza per questo svalutare il giorno di riposo. Da questo punto di vista Gesù è un umanista, un saggio.

È abbastanza facile fare un passo ulteriore e comprendere il lato sovversivo della sua predicazione. Gesù è il primo degli anticlericali e denuncia con virulenza la religione praticata a Gerusalemme, rifiuta le dottrine della sua epoca, che ormai permette la critica sistematica di ogni religione ripiegata sui suoi dogmi e sclerotizzata nelle sue istituzioni. Rifiuta i riti inutili, mangia e beve con i più emarginati arrivando a frequentare i collaborazionisti degli occupanti romani. Gesù è politicamente scorretto, non cessa di opporsi alle istituzioni religiose e alle convenzioni sociali. Gesù destabilizza e sconvolge: alla fine la gente non capisce più nulla. Tuttavia non lo fa mai per pura provocazione, lo fa perché conosce il valore dell’essere umano e rifiuta di vederlo sottovalutato. La sua interpretazione della Legge è sempre dalla parte della vita. Gesù si inscrive nella linea dei profeti dell’Antico Testamento per la sua lettura radicale della Legge, che mette al servizio della giustizia sociale. Le guarigioni da lui operate sono prima di tutto degli atti che permettono di ritrovare la dignità e un posto nella società; Gesù fa questo non personalmente in nome suo, ma in nome di Dio. In questo è anche un profeta, come Israele ne ha conosciuti tanti: ne adotta il tono e la dimensione dello scandalo. Che sia filosofo e profeta è abbastanza facile da capire e anche da credere. Molti nostri contemporanei, anche tra i cristiani, hanno difficoltà ad andare più in là. Quando si accenna alla resurrezione e a Gesù figlio di Dio, la musica cambia!

Tuttavia, anche se vi fermate al primo punto siete bravi. Siete bravi perché l’essenziale è essere sensibili al messaggio assolutamente sovversivo che ci invita ad amare il nostro prossimo e a impegnarci per lui; già questo cambia concretamente la nostra esistenza. Essere capaci di amare significa anche essere in grado di liberarsi dell’odio che ci circonda. Amare e lasciarsi amare: ecco cosa stravolge la nostra vita, ci svela e ci rimette in piedi. Bisogna anche capirsi su cosa significa amare: amare è la stessa cosa che credere. Gesù ha amato coloro che hanno incrociato i suoi passi ma prima di tutto ha creduto in loro, ha dato loro fiducia e sta poi a loro trovare la strada; amare il proprio prossimo significa allora credere in lui, aiutarlo a scoprire di essere una persona amabile e amata. Se leggete i vangeli e ne cogliete il cuore, questo in un modo o nell’altro sconvolgerà la vostra vita. Forse talvolta dubitiamo troppo di noi stessi, e quindi di Dio. Siamo certamente invitati a percorrere più in profondità questa strada. Credo tuttavia che se siamo sensibili alla dimensione etica della predicazione e della vita di Gesù, abbiamo probabilmente fatto un buon tratto di strada.
 “Il mio Gesù”Ecco cosa accade nel dialogo tra Gesù e i suoi discepoli (Marco 8:27-29), che si svolge in due tempi: “Chi dice la gente che io sia?”; i discepoli rispondono Giovanni il Battista, Elia, un profeta… Gesù non li contraddice, sono sulla buona strada; tuttavia li vuole portare più in là. E voi, voi miei prossimi, miei discepoli, per voi io chi sono? Pietro risponde “Tu sei il Cristo”. Qui è come se ci fossero due livelli, gli uomini e i discepoli: il livello di conoscenza e riconoscimento non è il medesimo. La prima risposta è lungi dall’essere svalutata, sembra anzi rafforzata dalla richiesta di silenzio che segue la confessione di Pietro: Gesù ordina severamente di non parlare di lui con nessuno. Su questo aspetto si è molto dibattuto; esso però è piuttosto coerente con l’atto stesso del chiedere, perché mai Gesù dice chi è quando glielo domandano. È un punto essenziale: sta a noi cercare e trovare. Gesù non è affatto un guru che vuole indottrinarci e nemmeno qualcuno da rinchiudere all’interno di una verità. Quando ci interroga, rimette in discussione tutte le pretese umane al possesso della verità. Gesù apre la via a “un altro da noi” ed è probabilmente qui che avviene il riconoscimento. Ecco perché richiede il silenzio ai discepoli: tocca agli uomini e alle donne trovare. Se già riconoscono Gesù come profeta, sono sulla strada giusta.

Voi chi dite che io sia? Una domanda che risuona per noi, che ci invita a prendere posizione. È un saggio, un filosofo oppure il Cristo, il figlio di Dio? Certamente bisogna fare un salto di qualità per passare da uno all’altro, il salto della fede. Ma nella nostra vita ci sono molti altri momenti di dubbio; se il primo messaggio è compreso, ci permette di attaccarci e di non affondare. Credere e amare, credere e sapersi amati, vuol dire anche comprendere che non esiste un’unica risposta alla domanda, che non può esistere una risposta corretta o esatta, che non esiste un’ortodossia. Credere non significa affatto sapere, significa essere in grado di continuare a cercare e scoprire ogni giorno quale relazione ho con il “mio Gesù”.

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