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I nonni preistorici e l’emergere della religione

 Le grandi religioni universaliste si nutrono tutte di miti, di riti e di simboli provenienti dalle religioni che le hanno precedute. Così, l’archeologia biblica parla dei riferimenti agli antichi testi sumeri, assiri, babilonesi o egizi, dai quali i redattori biblici hanno preso in prestito numerosi spunti, adattandoli a ciò che avevano da dire. I più antichi di questi testi risalgono al massimo a cinque o seimila anni fa. Ora questi, soprattutto quando si presentano sotto forma di grandi racconti, non sono certo nati dal nulla: sono il risultato di una lunga maturazione, nei millenni che hanno preceduto l’apparizione della scrittura. Considerate sotto questo aspetto, le religioni di oggi devono molto al lungo periodo (30-40.000 anni) che ha preparato la rivoluzione neolitica.

Intendiamo, con quest’ultima espressione, il rivolgimento che ha fatto passare tutta una parte dell’umanità dallo status di cacciatori-raccoglitori a quello di agricoltori-allevatori, portando con sé la formazione dei primi insiemi urbani e statali, e che ha visto crescere enormemente il numero degli esseri umani viventi simultaneamente sulla terra (da circa un milione verso il 40.000 a.C. a più di dieci milioni verso il 5.000 a.C.). In un articolo di “Pour la science” (n° 410, dicembre 2011), la paleoantropologa Rachel Caspari segnala che questo accrescimento della popolazione deve essere andato di pari passo con un allungamento sensibile della speranza di vita già nel paleolitico superiore. Da analisi molto sofisticate sulle vestigia umane, in particolare sui denti, che risalgono a circa 35.000 anni fa, risulta che la durata media è passata progressivamente da 30 a 45 anni. All’epoca, l’età della prima riproduzione era 15 anni; possiamo dedurne che questo allungamento della durata media della vita ha corrisposto all’apparizione di una nuova categoria: quella dei nonni.

La Caspari fa notare a giusto titolo che “i nonni rafforzano i legami sociali complessi che partecipano dell’organizzazione delle società umane”, segnalando anche delle ricerche svedesi (senza alcun legame con la paleontologia) secondo le quali “le famiglie multigenerazionali hanno maggiori possibilità di inculcare ai loro discendenti delle lezioni importanti”. Niente ci impedisce di prolungare queste linee. Quindici anni in più di vita adulta non sono solamente l’occasione di interessarsi attivamente alla generazione dei nipoti e di trasmettere loro tutto un sapere pratico e simbolico: sono anche l’occasione di approfondire la propria riflessione sulla vita e la morte, di allargare il campo del proprio repertorio immaginario, di maturare quella che oggi chiamiamo spiritualità, di arricchire e sviluppare i miti e i racconti che, in questo stadio dell’espressività umana, permettono di renderne ragione.

Allora i nonni del paleolitico superiore e del neolitico avrebbero “inventato” la religione? Affermarlo in questo modo significherebbe saltare troppo presto alle conclusioni. Anche se molti tendono a contestarla, possiamo sensatamente partire dall’idea che ciò che noi chiamiamo “religione” sia inerente all’homo sapiens. Essa fa parte del suo essere o più esattamente del suo modo di essere, fin dalla sua apparizione circa 100.000 anni fa se non di più (sulla base di analisi del DNA, ma da prendere con cautela, alcuni parlano ora di 200.000 anni). Quali ne fossero le forme, probabilmente di una varietà infinita, noi non lo sappiamo. Ma questo è il retaggio che i nostri predecessori della preistoria paleolitica e neolitica, in particolare i nonni di quelle epoche remote, hanno ripreso a modo loro rielaborandolo, strutturandolo in forma narrativa, sviluppandolo in senso simbolico e rituale, facendogli profittare dei frutti della loro immaginazione spirituale. Le religioni attuali, a cominciare dal cristianesimo, devono molto a loro, anche e soprattutto quando si pongono in contrasto con loro.

Bella lezione per i nonni di oggi!

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