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Dossologia, Louis Pernot

La conclusione del Padre Nostro è chiamata “ dossologia “ poiché consiste nel rendere gloria ( doxa in greco ) a Dio. Essa pone un grosso problema di autenticità e si pensa che sia stata aggiunta al resto successivamente. È vero che presenta uno stile differente, che utilizza delle parole piuttosto ridondanti, mentre ciò che viene prima è tutto precisione e concisione. È ugualmente curioso che si dica che a Dio appartiene il regno ( o la regalità ), mentre questo è precisamente l’oggetto della prima domanda: “ Venga il tuo regno “. È anche vero che i manoscritti più antichi e i più affidabili non hanno questa dossologia, e che negli altri essa comporta numerose varianti.

È allora abbastanza paradossale che i protestanti abbiano l’abitudine di pronunciare questa dossologia che è un’aggiunta della tradizione, mentre i cattolici che credono, loro sì, nel valore della tradizione della Chiesa, non la accettano per attenersi al testo biblico.

Ma ricerche recenti hanno dimostrato che la questione è più complicata. Si sa in particolare, grazie alle scoperte di Qumran, che l’usanza giudaica, all’epoca di Gesù, era di terminare sempre una preghiera con una dossologia più o meno simile a quella che conosciamo nel Padre Nostro. Questa dossologia non era necessariamente scritta, ma chiunque pronunciasse una preghiera doveva concludere con una formula di lode.

In ogni modo, sarebbe impensabile terminare questa preghiera con la menzione del Maligno, vale a dire del Diavolo. La tradizione ebraica afferma che si deve sempre finire una lettura con una “ Dabar Tov “, ovvero una buona parola; non si può lasciare l’ultima parola al male fermandosi di botto dopo la settima domanda. È fondamentale che la preghiera di nostro Signore, come ogni preghiera, termini con una menzione positiva, di Dio, della sua grandezza, della sua potenza.

E poi, se si volesse guardare il Padre Nostro spoglio, senza alcun finale, gli mancherebbe certamente qualcosa: la lode. La preghiera, in effetti, non è solamente domandare a Dio, né solamente sottomettersi a lui; la preghiera è anche l’azione della grazia, la lode, è esprimergli la nostra fede e la nostra gioia di averlo come nostro Dio. Sarebbe un vero peccato se mancasse nell’esempio stesso della preghiera che fonda la nostra pratica.

Forse, inoltre, è un bene in sé che questa lode finale non sia scritta: non è il Signore che ce la impone, ma è il grido del cuore, è l’espressione della fede di colui che prega. È con questa dossologia che noi diciamo a Dio la nostra fiducia, la nostra fede, il nostro amore per lui, ed è a suo nome che possiamo indirizzargli la nostra preghiera. La lode non può essere imposta. Per le richieste, è vero che bisogna fare attenzione, non possiamo chiedere a Dio tutto ciò che ci aggrada. Allora nelle richieste facciamo come dice il Cristo, ma dopo lodiamo Dio, rendiamogli gloria, e questo facciamolo alla nostra maniera, come vogliamo, come ci sentiamo, con autenticità, questo è l’importante. La conclusione della preghiera non dovrebbe essere una dossologia scritta e imposta, ma un grido del cuore.

Detto questo, la dossologia che ci è pervenuta, se la si guarda da vicino, è piena di qualità e ci si può accontentare senza bisogno di aggiungere altro tra la preghiera stessa e la sua conclusione, come qualche volta viene fatto: il Padre Nostro è deliberatamente spoglio e succinto, è senza dubbio bene che la conclusione mantenga questo tono.

Si può notare peraltro che la dossologia abituale è piuttosto classica. Quasi tutti i suoi termini si

ritrovano nei testi dossologici dell’Antico Testamento, come in 1 Cr. 29,11; o anche nel Nuovo Testamento, come in 1 Tm. 6,15.

Ma è vero che si potrebbe criticare la dossologia abituale per il suo contenuto, perché non esprime l’essenziale della nostra fede. Si potrebbe preferire, per esempio “ poiché a te appartengono l’amore, la grazia e la gioia…”, questo sarebbe più sensato secondo la teologia del Nuovo Testamento e la buona novella di Gesù Cristo.

Ma alla fine credo che sia un bene che la dossologia che noi utilizziamo sia quella che la tradizione ci ha offerto, non solamente perché è quella della tradizione, ma perché, superato il sentimento di rifiuto che essa può provocare alla prima lettura, quando la si studia nel dettaglio si può scoprire come sia piena di saggezza e di senso.

Generalmente parlando, il fatto di rendere gloria a Dio è sicuramente la condizione generale, non solo dell’esaudimento della preghiera del Padre Nostro, ma anche la condizione dell’intera vita cristiana. Dire che a Dio appartengono la regalità, la potenza e la gloria significa uscire dal proprio egoismo e dalla preoccupazione per se stessi. E il movimento dell’anima nella dossologia partecipa di tutto questo: staccarsi dal proprio egocentrismo per rimettere al centro Dio che è l’unica base dell’intera fede, dell’intera fiducia, dell’intera vita e di tutti i nostri obiettivi.

Si può precisare ulteriormente, poiché dire a Dio che a lui appartiene la regalità, è giustamente, e più precisamente, scampare al peccato originale, è non volere obbedire ai propri capricci, ma prendere un ideale superiore come scopo, piuttosto che la soddisfazione personale dell’istante. Questo è essenziale, ed è questa fede che dona un senso, un’armatura alla nostra vita. La nostra vita non è una povera cosa ripiegata su se stessa che cerca di servire se stessa, ma una realtà che riconosce una dimensione superiore, tesa verso un ideale e cambiata da una vocazione.

Dire che a Dio appartiene la potenza, è riconoscere che le nostre forze sono limitate, che noi abbiamo bisogno di Dio, che non siamo autosufficienti. È ciò che tutti i cristiani dicono regolarmente a Dio nella confessione di peccato, preghiera che ha fatto parte di tutte le liturgie cristiane fino ai nostri giorni.

Dire poi che a lui appartiene la gloria è dire che vogliamo che sia lui ad essere il centro assoluto della nostra vita. In effetti la “ gloria “ significa il ” peso “ in ebraico. Il punto è quindi sapere cosa ha realmente peso nella nostra esistenza, cosa ha realmente valore, cosa dona realmente consistenza alla nostra vita. Per avere un giusto rapporto con il mondo, con Dio e con me stesso, devo riconoscere che non sono che un’ombra che passa, una cosa provvisoria e leggera come paglia portata dal vento. Ma in Dio possiedo una zavorra, un peso, un ancoraggio, una roccia che mi dà un radicamento infallibile. E questo lo trovo solo in Dio, non in me stesso. È su questo punto che insiste ancora la dossologia dicendo che tutto questo è “ per i secoli dei secoli “, ovvero per l’Eternità. Sì, l’Eternità appartiene solo a Dio, e io non vi partecipo, io che per la mia natura materiale sono fondamentalmente passeggero, se non in quanto la mia vita è agganciata, attaccata all’Eterno in sé, che è Dio.

Del resto, riflettendoci bene, questi tre temi sono stati scelti molto bene, dicono tutti e tre un po’ la stessa cosa, ma con delle sfumature, e ci si può vedere una progressione interessante: la regalità è una qualità di Dio che dipende da me che gli riconosco questa regalità, la potenza è una qualità intrinseca che non richiede di essere riconosciuta, ma che richiede ugualmente un altro perché venga esercitata, e la gloria, infine, è totalmente autosufficiente. La dossologia ci trascina così in un movimento centripeto che ci porta da noi stessi a Dio, conducendoci dalla nostra relatività al suo assoluto eterno.

In questo senso la dossologia opera uno straordinario movimento ascendente; mentre tutta la preghiera del Padre Nostro ci conduce da Dio, dal Cielo, verso l’uomo e il punto più basso di noi stessi, con, alla fine, l’evocazione del “ maligno “, del diavolo, la dossologia ci fa risalire a Dio attraverso un movimento di abbandono, di obbedienza e di abbandono di noi stessi per sboccare niente di meno che all’Eternità.

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2 commentaires

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    Grazie, interessante e profondo.

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