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Atei e cristiani, simili e diversi

Nel dialogo tra cristiani e atei questi ultimi ci rimproverano soprattutto la nostra alienazione religiosa e la loro denuncia si articola principalmente in quattro punti.

Alienazione religiosa

Per prima cosa, ci si rimprovera di disprezzare I nutrimenti terrestri. Nietzsche, soprattutto, si è fatto il cantore di questa critica ricorrente: i cristiani sacrificano il corpo e tutto ciò che è materiale e fisico all’anima, il presente alla vita eterna. Ora, il cristianesimo compreso correttamente dovrebbe essere la religione dell’incarnazione e non di uno spiritualismo esangue. Il Prologo del vangelo di Giovanni afferma che “ la Parola si è fatta carne “ e, nello stesso vangelo, Gesù, nella sua prima manifestazione pubblica, si reca a un matrimonio dove muta l’acqua in vino, non il contrario. Alcuni hanno potuto dire che il cristianesimo è, allo stesso tempo, uno spiritualismo e un materialismo, e che proprio qui è da ricercare una delle sue specificità. Albert Schweitzer mostra che la nostra vita è in questo modo fatta paradossalmente di distacco, perché siamo orientati verso la vita eterna, e di attaccamento, perché siamo inscritti in un’etica di amore per il prossimo e per questa terra, creazione di Dio, e di lotta per il Regno di Dio. Qui non c’è l’esaltazione di un’ascesi estrema che vorrebbe farci diventare, attraverso essa, più cristiani del Cristo.

Inoltre, il cristianesimo sarebbe un anti­umanesimo che asserisce che Dio è tutto e l’uomo nulla. Feuerbach, il maître à penser del giovane Marx in materia di religione, scrive così che “ l’uomo afferma in Dio ciò che nega in se stesso “. Un’intera tradizione, anche calviniana, non riduce in effetti l’essere umano al nulla della sua condizione mortale e peccatrice? Ma, ancora una volta, il cristianesimo dovrebbe affermarsi come un umanesimo cristico: in Gesù, Dio rivalorizza la condizione umana e le restituisce una dignità incomparabile.

D’altra parte, gli atei ci rimproverano, su un piano politico e sociale, di predicare la rassegnazione lì dove bisognerebbe invitare alla rivolta. Alleandosi con i potenti e i ricchi, il clero domanda ai fedeli di non rivoltarsi di fronte alle ingiustizie: annuncia loro che saranno tanto più ricompensati nell’Aldilà, quanto saranno stati sottomessi nel mondo di quaggiù. Nell’enciclica Nostis et nobiscum, del 1849, un anno dopo la pubblicazione, da parte di Marx ed Engels, del Manifesto del partito comunista, il papa Pio IX affermava: “ Del resto, che i poveri si ricordino, secondo l’insegnamento dello stesso Gesù Cristo, che non devono rattristarsi per la loro condizione, poiché la povertà stessa ha preparato loro un cammino più facile verso la salvezza, a condizione tuttavia che essi sopportino pazientemente la loro indigenza, e che siano poveri non solo materailmente, ma anche in spirito. “ Ora, l’ Evangelo contraddice un tale atteggiamento mostrandoci in Gesù il rivoltoso per eccellenza: contro il male, le sofferenze e la morte, il peccato, le ingiustizie. Il cammino del cristiano non è quello della rassegnazione. Al contrario.

Infine, gli atei denunciano una fede che non è altro che un tappabuchi per bisogni insoddisfatti e problemi irrisolti. Il teologo Dietrich Boenhoffer, prigioniero dei nazisti, se la prendeva già nelle sue lettere dalla prigione ( Resistenza e resa ) con questa fede in un Dio che sarebbe solamente prodotta dalle nostre insufficienze. Ma credere in Dio, non è forse credere in lui soprattutto quando si potrebbe farne a meno? Scegliere Dio liberamente, e questo in un mondo e in una vita dove

trionfano le necessità, non è dare corpo a una libertà che ci viene così spesso rifiutata? Dio non è allora la condizione della nostra libertà?

Quale Dio?

Le osservazioni precedenti ci hanno permesso di scoprire che là dove gli atei e i cristiani possono credere di essere in contrapposizione , l’Evangelo compreso correttamente ci conduce al contrario a sentirci vicini, cosa che troppo spesso viene ignorata. Ma allora Dio non è il punto principale della nostra divergenza? Gli uni lo rifiutano, gli altri vi credono. Eppure, una volta di più, bisogna sfumare le cose e domandarsi di quale Dio stiamo parlando. Non siamo in effetti atei di numerose rappresentazioni tradizionali di Dio? In una tale prospettiva, non sono più gli atei che ci accusano, ma piuttosto dei cristiani che ci rimproverano di non essere più dei veri cristiani.

Noi non crediamo al Dio dei teisti, sorta d’individualità che strapiomba sulla terra degli uomini. Noi non crediamo, o non crediamo più, a un Dio onnipotente autore diretto o indiretto dei mali del mondo. L’onnipotenza è quella del suo amore ostacolato e vinto senza sosta, quella di un Dio che invoca il nostro aiuto. Noi diciamo no all’immagine di un dio assoluto, immobile e fisso, mentre Dio è in divenire e percettibile in un dinamismo creatore così spesso difeso dalla teologia del Process. Noi contestiamo il dogma della trinità che intacca gravemente, nella maggioranza dei casi, uno stretto monoteismo al quale ci rimandano, a giusto titolo, ebrei e musulmani. Il nostro Sinai e la nostra montagna della Trasfigurazione sono diventate un Olimpo con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, Maria ( una dea ), per non parlare delle sante e dei santi. Noi non crediamo a un Dio sanguinario e vendicatore, quello delle pene eterne e delle dottrine della redenzione / espiazione, quel Dio che esige, per perdonare gli uomini, che il sangue di suo “ Figlio “ coli sulla croce. Un Dio simile non è all’altezza nemmeno di quello che chiamiamo un onest’ uomo. Quanto al Dio “ Padre “, Freud ci è passato e allora noi riconosciamo volentieri nell’Eterno una dimensione materna.

Detto questo, noi crediamo in Dio. Il poeta latino Orazio diceva che l’uomo è simile a un uccello le cui ali sono più grandi del suo nido. L’uomo si definisce o “ si infinisce “ in un superamento. André Comte­Sponville, filosofo nondimeno ateo, scrive: “ Siamo degli esseri finiti aperti all’infinito […], degli esseri effimeri, aperti all’eternità; degli esseri relativi, aperti all’assoluto. “ ( Lo spirito dell’ateismo. Introduzione a una spiritualità senza Dio ) Per definire l’essere umano, ci rifiutiamo di farlo all’interno di una petizione di principio definendo l’uomo attraverso l’uomo, rinchiudendolo in se stesso. Ciò che è proprio dell’uomo, come constata lo stesso Sartre nell’ Essere e il nulla, è di postulare questo superamento di se stesso, una trascendenza. Il giorno in cui l’uomo non lo farebbe più, non sarebbe più un essere umano, pensa Sartre, anche se ritiene che si debba sempre uccidere Dio di nuovo. Dei sociologi della religione sottolineano anche come sia indispensabile definirsi all’interno di questo superamento. Il campanile delle nostre chiese, anche nelle nostre società dove vige la separazione tra Chiesa e Stato, punta verso un altrove che alcuni penseranno vuoto, eppure necessario al nostro vivere insieme. Questo campanile impedisce così alla società di chiudersi in se stessa e di diventare un universo totalitario. Jean­Paul Willaime scrive: “ Ci si può in effetti domandare […] se nessuna società democratica abbia bisogno di porre un riferimento religioso nel suo orizzonte, al fine, pur restando laica, di fondare il proprio ordine in un aldilà di se stessa, e di evitare così la chiusura del sociale su se stesso. “ ( Altri tempi, 1985 / 6 )

Quale Gesù?

Si tratta, di nuovo, di domandarsi di quale Gesù stiamo parlando, altrimenti il dialogo degli atei con noi affonda nei malintesi e nella confusione. “ Il nostro Gesù “ non è un mostro ibrido, dalla doppia

natura ( umana e divina ), anche se Gesù è colui a cui guardiamo per sapere chi è Dio e chi è l’uomo. Non è, al cuore di un’ipotetica trinità, Figlio di Dio, espressione che, a ben guardare, non significa nulla per la grande maggioranza dei nostri contemporanei. La nascita verginale e la tomba vuota appartengono a un linguaggio mitologico che è difficile prendere alla lettera: conviene vedere in queste pagine, come in tutte le altre narrazioni bibliche, non quello che dicono, ma piuttosto quello che intendono dire. Prima di essere il Gesù dai miracoli improbabili, addirittura impossibili, Gesù è per noi quello delle Beatitudini. È il profeta che ci parla di un Dio d’amore e umano ( solo gli uomini possono essere disumani, diceva Berdiaev ), che ci orienta verso un Regno di Dio da costruire nel contesto di un autentico cristianesimo sociale ed ecologico.

Pietro dichiara di Gesù che “ andava di luogo in luogo facendo del bene “ ( At 10,38 ) Non sarebbe già molto se volessimo insieme, credenti e non credenti, ispirarci al suo esempio? “ Se vuoi credere in Gesù, comincia facendo qualche cosa in suo nome “, diceva A. Schweitzer in un sermone ( Vivere ).

Laurent Gagnebin

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