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Pensare e credere in totale libertà

“Pensare e credere in totale libertà” è il motto di Évangile et Liberté fin dal 2008. Nel dicembre 2007 venne indetto un concorso tra i lettori e fu questa formula, che dobbiamo al signor Bard, ad essere scelta dai redattori; da allora ha il suo posto d’onore su ogni copertina della rivista. Un editoriale di L. Gagnebin l’ha meditata (n° 279, maggio 2014). In un momento in cui la libertà di pensare e di credere è messa a rischio, non sarà inutile riprendere la riflessione.

Riflessione su una massima

Di Sylvie Queval

Traduzione di Giacomo Tessaro

Pensare e credere sono due verbi che il più delle volte sono in opposizione. Pensare presuppone l’uso della ragione e dell’intelletto. Il pensatore – quello di Rodin ne è l’immagine migliore – è rappresentato nell’atto di interrogarsi, di riflettere, dubitare, pesare e soppesare gli argomenti. Il verbo “pensare” è d’altronde gemello del verbo “pesare” perché ambedue hanno la stessa radice latina; pensare vuol dire proprio comparare il peso delle ragioni pro o contro questa o quella opinione prima di concludere in favore dell’una o dell’altra o, talvolta, di rinunciare a concludere perché le ragioni si equivalgono. Credere, al contrario, significa dare la propria adesione a un giudizio o a una opinione senza chiedere spiegazioni, talvolta addirittura rifiutando ogni spiegazione. Un “ci credo” risparmia argomentazioni e ragionamenti. Il credente dà atto a colui cui crede, gli presta fede, gli dà credito.

Questi due movimenti dello spirito, pensare e credere, sembrano quindi opposti in tutto. Certo, il linguaggio corrente usa talvolta un verbo per l’altro e molti “penso che” non sono che dei “credo che”, ma una piccolissima analisi ristabilisce la differenza. Non è davvero anodino darsi come massima una simile formula, che incolla assieme due verbi apparentemente contraddittori aggiungendo una modalità, “in totale libertà”.

L’espressione “pensare liberamente” è pleonastica, in quanto un pensiero non libero non è più un pensiero. Un pensiero non libero è come una bilancia truccata il cui ago pende sistematicamente  dalla medesima parte. Il prodotto del pensiero non libero si chiama pregiudizio, e proprio contro i pregiudizi lavora il pensiero. Il filosofo Alain (1868-1951) diceva “La funzione di pensare non si delega”, volendo dire che nessuno può pensare al mio posto; infatti, se qualcuno mi suggerisse di pensare questo o quello, il mio non sarebbe un pensiero ma una credenza. Credere, dunque, sembra essere un sottoprodotto del pensiero, un ripiego, una soluzione oziosa che ci evita di pensare. Credere ci risparmia la fatica di pensare. Cosa può voler dire allora credere liberamente? E come si possono tenere assieme il libero pensiero e la libera credenza?

Credere contro la ragione?

Leggendo la prima Epistola ai Corinzi saremmo tentati di giudicare inconciliabili la fede e la ragione. Il discorso di Paolo risuona in noi: “Io farò perire la sapienza dei saggi […] Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? […] è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione…” (1Corinzi 1:19-21). Queste parole sono servite da giustificazione a chiunque abbia voluto radicalizzare l’opposizione fede/ragione. Così scrive Pascal (1623-1662): “È il cuore che sente Dio e non la ragione. Ecco cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione”. Vengono qui definiti due compartimenti stagni, quello delle scienze, in cui è di regola il libero pensiero, e quello della religione, nel quale la ragione deve essere “umiliata”, secondo le parole di Pascal. Pensare o credere, bisogna scegliere.

Tuttavia, un passo del vangelo di Marco (Marco 12:28-34) apre una spiraglio alla conciliazione: uno scriba domanda a Gesù qual è il comandamento più grande, e questi, per tutta risposta, cita Deuteronomio 6:4-5, ma con una piccola aggiunta: “Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (kardia), con tutta l’anima (psuchê) tua, con tutta la mente (dianoia) tua, e con tutta la forza (ischus) tua”. Tre di questi quattro termini riprendono il testo del Deuteronomio, il cuore che designa il centro della volontà e delle decisioni, l’anima che è la forza vitale, il dinamismo (la forza) che è potenza. Tutto l’interesse sta nell’aggiunta del quarto termine, la “dianoia”. Questa parola greca designa la riflessione, il pensiero cosiddetto “discorsivo” che passa per la mediazione delle argomentazioni successive per arrivare a delle conclusioni. Quello che Gesù presenta come primo comandamento è amare Dio in maniera intelligente, riflettendo, servendosi della ragione e non solamente per uno slancio spontaneo del cuore.

Per comprendere bene questo appello a una fede riflettuta, bisogna comprendere la differenza tra credulità e credibilità. La credulità ci induce a credere senza riflettere, è una porta aperta a ogni genere di superstizioni, che si beve tutto, compreso ciò che non è credibile. La credulità accetta una lettura letterale dei miracoli, una vergine che partorisce, Gesù che cammina sulle acque, che moltiplica dei pani… Non va in cerca dell’intelligenza e del senso dei testi. Una fede riflettuta e un amore per Dio guidato dalla “dianoia”, al contrario, si interrogano sul senso dei racconti mitici e parabolici, fanno uso della ragione e accettano solo ciò che è credibile.

Credere non è sapere

Tuttavia, rifiutare l’opposizione frontale tra fede e ragione non significa rinunciare alla loro differenze. Passare da un estremo (opposizione radicale dei due termini) all’altro (confusione tra i due) non risolve nulla. Parlare di “fede riflettuta” non deve giungere a confondere i due settori ben separati della scienza e della religione. Esiste un uso scientifico del pensiero che non deve nulla alla religione. La scienza si interroga sul come delle cose, ricerca le leggi di funzionamento dell’universo. La religione si interroga sul perché e il percome delle cose, pone dei valori, è alla ricerca di senso. Non bisogna preferire l’uno all’altro, sono due campi complementari e l’umanità ha bisogno di ambedue. Stabilire questa distinzione non impone affatto di riservare la ragione a uno solo dei campi e abbandonare l’altro all’irrazionalismo e all’oscurantismo; si tratta solo di distinguere due usi di questa ragione che è specifica dell’uomo.

Un pensiero e una fede liberi

Tale fede riflettuta che la nostra rivista rivendica può, essa sola oggi – noi crediamo -, rispondere alle obiezioni dell’ateo che si fa beffe delle credenze ridicole o, peggio, scandalose. Così, la credenza in un Dio onnipotente conduce immancabilmente all’idea di un Dio crudele e ingiusto, per non dire sadico, un Dio che abbandona le più deboli delle sue creature alle peggiori atrocità. Per dirci cristiani dobbiamo necessariamente fare nostro un credo vecchio di circa venti secoli senza chiederci in quale contesto è stato composto, in quale universo culturale è apparso e se le sue parole hanno ancora un senso? Si uccide il cristianesimo irrigidendolo nelle sue antiche formulazioni. Eccola qui la libertà di pensare e di credere rivendicata dalla rivista Évangile et Liberté, nel diritto che ci concediamo di rivisitare le antiche certezze restituendole al loro contesto e mostrandone la relatività. Ogni epoca deve inventare il suo modo di dire la sua fede: la medesima convinzione può esprimersi sotto molte figure. Così, per dire che il messaggio evangelico non era morto con Gesù, una generazione ha impiegato il linguaggio simbolico della resurrezione: Gesù è morto ma la sua parola continua a vivere nel cuore di coloro che l’hanno seguito e ascoltato. Il libero utilizzo del nostro pensiero ci libera dalla credenza in un mondo dietro al mondo e ci conduce verso una fede libera che è fiducia nelle forze della vita.

L’idea di associare il pensare e il credere non è nuova, la storia offre numerosi esempi di credenti che furono anche pensatori (Tommaso d’Aquino, Averroè e altri) ma il rischio è sempre lo stesso: essi hanno detto la loro fede nel linguaggio della loro epoca, con i concetti del loro tempo. In seguito il loro pensiero è stato eretto a dogma e irrigidito da altri. È qualcosa che minaccia ogni pensiero e bisogna lottare contro questa tentazione di pietrificarlo, contro la tendenza a trasformare un dato discorso in una verità atemporale. Il terzo termine della nostra massima – la libertà – prende qui tutta la sua forza: è in nome della libertà che possiamo associare pensiero e fede, che prima sembravano inconciliabili.

 
 

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À propos Gilles

a été pasteur à Amsterdam et en Région parisienne. Il s’est toujours intéressé à la présence de l’Évangile aux marges de l’Église. Il anime depuis 17 ans le site Internet Protestants dans la ville.

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