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Naufragio a Malta (Atti 27)

Si trovano in questa imbarcazione dei passeggeri di tutte le nazioni, Giudei, Greci, Romani, marinai egiziani e altri. Infine dei soldati dell’esercito romano incaricati di sorvegliare i prigionieri. Una società cosmopolita che rappresenta i cittadini del mondo di allora, riuniti per vivere insieme la loro perdizione o la loro salvezza. Tutti nella stessa barca.

I viaggi fanno parte dell’universo biblico. Da Abramo alla marcia di Gesù attraverso la Palestina, essi fanno circolare la parola di Dio attraverso il doppio linguaggio della metafora, che è un modo di utilizzare delle situazioni concrete per spiegare le realtà spirituali. Qui il salvataggio al centro del racconto si esprime in greco con la stessa parola che significa salvezza: soteria. Siamo sull’acqua, ma anche su un’altra superficie al di sopra di un mondo malefico che vorrebbe inghiottirci. Si tratta quindi di essere salvati dalle acque, e anche di essere salvati da una perdizione forse più terribile. Il piccolo mondo della nave è il riflesso del grande mondo dell’Impero.

La tempesta è devastante. La nave va alla deriva. Per quattordici giorni più nessuno può mangiare, tanto l’imbarcazione è scombussolata. Paolo organizza e presiede un grande pasto. Ma due incidenti fanno da cornice a questo pasto.

Il primo è che i marinai hanno messo a mare la scialuppa per fuggire e raggiungere rapidamente la terraferma, abbandonando tutti i passeggeri alla deriva. Sbrigatevela senza di noi. Vi lasciamo crepare, per noi è ora di pensare solo a noi stessi e di salvarci da soli. Fortunatamente Paolo subodora il sotterfugio e chiede ai sodati di intervenire. Costoro mollano la scialuppa al largo perché non possa più essere utilizzata. Come avrebbe potuto salvarsi una barca in perdizione senza un solo uomo d’equipaggio a bordo? La salvezza è collettiva. Chi vuole salvarsi da solo sarà perduto e perderà tutti gli altri. Questo era vero duemila anni fa ed è vero ancora oggi. Senza la solidarietà, senza il sentimento che ognuno è responsabile degli altri, oltre il proprio destino, il mondo va alla deriva.

Il secondo incidente, dopo il pasto, accade quando i soldati vogliono uccidere i prigionieri prima di raggiungere la riva a nuoto, per paura che questi ultimi approfittino della nuotata forzata per fuggire. Vogliono sbarazzarsi dei più vulnerabili e dei più fragili. Sopprimiamoli. Saremo più tranquilli. Sono loro che non dovevano farsi catturare. Il centurione dice di no, perché ha stima per Paolo e non vuole che venga ucciso.

In questa comunità in perdizione la salvezza è possibile se nessuno cerca di salvarsi da solo e se i più fragili non vengono sacrificati. Questa conclusione non ha perduto di attualità.

Finalmente la nave si incaglia. Tutti raggiungono l’isola a nuoto, in un si-salvi-chi-può generale. E tutti sono salvati, Giudei e Greci, credenti e non credenti, prigionieri e uomini liberi, soldati e civili, marinai e passeggeri.

Chi ha sgarrato sono coloro che avevano il potere, i marinai e i soldati. Ma la salvezza viene da quel piccolo Paolo, che non ha alcun potere, che non è niente di più che un prigioniero ma che parla, come dice lui stesso, nel nome del Dio a cui appartiene.

In quell’epoca, come oggi, il messaggio cristiano non è che una parola senza potere, che non vuole sacrificare nessuno anche quando tutto va male. Riconosciamo che il nostro mondo di oggi non va poi meglio di quella nave che si è arenata.

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