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Di fronte alla morte

Fiori sulle tombe?Laurent Gagnebin

Portare fiori sulle tombe in occasione della Festa dei defunti il 2 novembre è un atto generalmente malvisto, se non denigrato, dai protestanti. Vi vedono la pratica di un culto dei morti combattuto dalla Riforma. Questo culto ha cristallizzato tutto ciò che essa ha rifiutato: l’idea che le nostre opere, i nostri meriti, la potenza dei nostri riti possano influenzare Dio e farci ottenere, persino post mortem, i suoi favori. Ma i morti sono affidati alla sola grazia divina. La preghiera del pastore Charles Wagner morente (1852-1918) dichiara magnificamente a Dio: “A te mi affido, a te rimetto tutto.” (Devant le témoin invisible [Di fronte al testimone invisibile])
Servizi funebri e riti I nostri servizi funebri devono essere allora di una grande sobrietà. Non sono fatti per i morti, cercando di ottenere per loro chissà cosa da Dio, ma per i vivi. Noi non preghiamo per i morti, ma con loro. La predicazione dell’Evangelo domina tale culto.

Mi ricordo una tavola rotonda dedicata ai riti che circondano il seppellimento. Tra i rappresentanti delle confessioni cristiane e delle grandi religioni, fui il solo a dire che non c’è per noi alcun rito in quanto tale, né pre-funebre (viatico o ultima comunione, estrema unzione o sacramento dei malati…), né funebre durante il culto (assoluzione o ultimo addio con incensamento e aspersione di acqua benedetta sulla bara, preghiera per raccomandare il defunto a Dio…), né post-funebre (messe per il riposo dell’anima…), per esempio.

Ornare di fiori le tombe è un rito portatore di significati profondi e di ordine psicologico che anche quelli che lo praticano per fedeltà ad una tradizione secolare comprendono confusamente. Non potrei disprezzare tale gesto, anche se personalmente non l’ho mai fatto. È di fatto un gesto disinteressato, che manifesta riconoscenza, attaccamento, rispetto dei corpi mortali, raccoglimento, memoria. Esprime anche una speranza, simboleggiata dai fiori che dicono la vita malgrado tutto.

Mi ricordo un servizio al quale assistevo in autunno; gli alberi erano di un oro rosseggiante, centinaia di fiori ornavano ancora le tombe. Che bellezza e che pace! E un po’ più lontano, delle tombe di soldati, bianche, identiche, con incisi nomi e date, niente di anonimo di conseguenza in quella sobrietà e quella uguaglianza impressionanti.
Del cimiteroIl cimitero è l’espressione di una realtà collettiva, appartenente ad una storia che ci oltrepassa. Corrisponde anche all’iscrizione dei morti in uno spazio sociale, a un tempo profano e religioso, comune, oggettivo, che trascende le nostre individualità. Il cimitero racconta una continuità e una permanenza, uno spessore temporale, una fraternità, il riconoscimento più o meno cosciente di una vita eterna che ci lega al passato e al nostro avvenire, alla vita raffigurata dai fiori.

Porre dei fiori su una tomba non impedisce assolutamente di conservare nel più profondo del nostro cuore il ricordo molto personale di una presenza, non ostacola per nulla una spiritualità che permetta di coniugare, nella fede, riconoscenza e speranza. Possiamo ripetere queste parole di una preghiera del pastore Alfred Wautier-d’Aygalliers (1887-1943) che dichiarava all’Eterno: “…che almeno i nostri cuori non consentano alla rottura. Coloro che si sono amati, in te non possano essere separati.” (Vers l’autre rive [Verso l’altra riva])
Una morte invisibile?Vincens Hubac

Se oggi in Occidente resta un evento nascosto, vissuto spesso come una sconfitta, un tempo non era così. Civiltà differenti dalla nostra hanno anche delle maniere di vivere la morte estremamente diversificate. Cosa resta oggi dei nostri rituali? Cosa significano?
Una morte visibileFino alla metà del XX secolo la morte è visibile, pubblica: drappi neri con le iniziali all’entrata dell’edificio ove si trova il defunto, carri funebri neri coperti di fiori seguiti da cortei talvolta impressionanti, i parenti del morto in lutto stretto. Tutto questo scomparve negli anni sessanta, in pieno boom economico (un caso?). I funerali di stato di uomini illustri che in passato riunivano centinaia di migliaia di curiosi, come quelli del presidente Adolphe Thiers o di Victor Hugo, non raccolgono più grandi folle; la morte di Lady Diana fa qui eccezione. Ci ricordiamo che nel XIX secolo le case degli agonizzanti erano aperte al pubblico perché chiunque, conosciuto o sconosciuto, potesse visitare il morente? La morte romantica non esiste più. Nel nostro mondo asettico che celebra la vita e l’eterna giovinezza non c’è più posto per la morte. Non si muore più a casa propria tra i vivi, si muore in disparte, all’ospedale o all’ospizio. Anche nella città dei morti, le tombe monumentali dei nostri vecchi cimiteri lasciano spazio a delle pietre discrete, pulite, anonime e standardizzate… Tuttavia, ricacciata, nascosta, la morte resta una compagna fedele che ci dà sempre un estremo appuntamento.

Oggi, quante volte incrociamo un convoglio funebre senza rendercene conto? La morte viene fatta sloggiare, i rituali sono semplificati: quasi nessuno assiste alla sistemazione del corpo nella bara, momento riservato ai parenti più stretti del defunto, momento cruciale, in cui tuttavia niente viene detto. Rari sono i pastori o i sacerdoti che vi assistono. L’ultima visione dell’essere amato si vive nella solitudine. Anche meno di frequente si passa nei luoghi di culto, dove le assemblee sono abbastanza ristrette. La morte non riscuote più successo… Le nostre società sono concepite per i vivi, vi si vive forse a dei ritmi troppo rapidi e in maniera insieme intensa e superficiale.
La festa dei morti All’indomani di Ognissanti, la festa dei morti mette ancora in movimento parecchia gente. Un giorno per i morti…per loro. I cimiteri sono belli, i fioristi sono felici. Tuttavia mettere da parte un giorno per i morti nell’arco di un anno, è poco. Fortunatamente noi pensiamo ai nostri cari scomparsi più spesso di una volta all’anno. Siamo così occupati da dimenticarli così di frequente? Questo giorno per i morti con i suoi gesti, i suoi pellegrinaggi, le sue offerte, le sue preghiere, mostra che il culto dei morti è ancora molto vivace. I cimiteri rimangono dei luoghi carichi di significati religiosi. È vero che, per i protestanti, i cimiteri hanno perduto il loro significato poiché noi siamo più centrati sulla resurrezione che sulla morte, ed è il cuore degli uomini che custodisce il passato e i suoi attori, come il presente e i sogni del futuro…I rituali che circondano la morteIl vissuto della morte non è mai neutro. I rituali che circondano la morte la dicono lunga sui vivi: le loro relazioni con il defunto, le loro credenze e le loro superstizioni. Questi rituali sono tipicamente umani. Gli animali non hanno – a priori – la stessa coscienza della morte che abbiamo noi. Il rituale è un legame con il morto: lo si rimpiange, lo si piange, gli si parla. Alcune persone vanno tutti i giorni a parlare ad un congiunto o ad un bambino scomparso. Si portano dei regali, come i fiori. Per molti, il morto vive; quanti oggetti vengono disposti nelle bare! Gli orsetti di peluche per i bambini, delle foto, e così via. Anche rituali più complessi come l’imbalsamazione, il maquillage dei morti, le presentazioni “corrette” in cui il morto viene mostrato “vivente” attestano la credenza in una vita che permane. C’è evidentemente una contraddizione tra i rituali che si mantengono ed evolvono (è il caso delle cremazioni) e la “morte nascosta”.

Prendersi cura dei morti, in tutte le società, partecipa della dignità dell’essere umano; il rituale attenua la pena, la collettivizza, ma protegge anche i vivi dai morti. In effetti la questione dell’aldilà resta una questione aperta e qui ogni sorta di superstizione è ammessa.

Tombe coperte di muschio o di edera, statue di uomini celebri talvolta dimenticati, pietre tombali ben lucidate, un fiore modesto o mazzi e corone invadenti…una parola deposta nel giardino del ricordo…tutto questo invita alle meditazioni malinconiche e al ricordo dei trapassati…Ma nelle nostre Chiese, noi celebriamo la vita, la resurrezione, la speranza, la promessa del Dio vivente, della Parola che dice: “Alzati.”

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