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Quando dico Dio, dico comunione

Quando dico Dio, di cosa o di chi parlo? Questa domanda si impone prepotentemente. Essa attraversa l’esistenza umana con i suoi alti e bassi, una storia personale talvolta caotica. Dio implica la fede, la fede chiama Dio. Si chiamano reciprocamente. Formano una coppia inseparabile. La fede si presenta come una riserva di provviste messa in pericolo dalle prove, le lacerazioni e le disillusioni, quando l’esistenza si piega sotto il peso del male.

Ciò nonostante Dio è come una parola segreta, una spinta intima che ci trasporta ai confini del Regno. Noi siamo costantemente ai bordi dell’ineffabile, ai bordi del silenzio dell’esperienza mistica. Quello di cui parlo non ha un nome suo proprio. E soprattutto Dio non è un nome, ma un verbo nella nudità della sua enunciazione.

Quando il Dio biblico si presenta e si annuncia, al roveto ardente, dichiara a Mosè: “Io sono colui che dice: Io sono”, o ancora: “Io sono chi sono”. O ancora secondo l’Apocalisse: “Io sono Colui che è, che era e che viene”.

Così, Quello di cui parlo è l’accadere, il divenire, il verbo per eccellenza.

Il Regno, l’Evangelo, è questa forza personale e transpersonale che mi fa dire: “Mi ha appena entusiasmato”. Nella sua origine greca, l’entusiasmo e ciò che ci anima di un trasporto divino. Questa spinta interiore ci trasporta al di là di noi stessi e al di là di tutto.

Instancabilmente mi ritorna in mente questa frase delle Confessioni di Agostino d’Ippona: “Tu eri più interno della mia intimità, più elevato del mio apice”. Questa intimità e questa elevazione contemplano almeno tre modalità.

La prima è fortemente paradossale: questa presenza divina ci abita attraverso la sua assenza. È l’imperscrutabile, l’indicibile, l’insondabile, l’incomprensibile. Si ritrova questo paradosso nella celebre preghiera attribuita a Gregorio di Nazianzo (IV secolo). Egli invoca infatti questa presenza divina dicendo: “O Tu, l’al di là di tutto”. Questa espressione segnala l’invalicabile. Ma nello stesso tempo mantiene una relazione personale attraverso questa semplice invocazione: “O Tu”. L’umile preghiera sfida questa contraddizione e compie l’impossibile.

Seconda modalità: Dio lascia dei segnali, delle tracce presso gli altri, al di fuori della mia interiorità e prima di tutto presso Gesù Nazareth, presso i mistici, nell’Islam, in ogni tradizione religiosa e nella Bibbia. Tracce variate, fulgide e permanenti.

Terza modalità: io constato in me, nella mia segreta interiorità, la presenza dolorosa di un vuoto e anche la felice intuizione di una pienezza. Un movimento interiore mi spinge a mirare al tempo stesso più in alto e più profondamente. L’essere umano è qualcuno che supera la sua condizione mortale e infelice. Supera la fede della sua infanzia, l’ateismo della sua adolescenza. Si assume allora il rischio di vivere molto liberamente in Dio.

Quando dico Dio, dico comunione.

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