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Il divino e il divano

 Il teologo Karl Barth scriveva che l’essere umano è davanti a un paradosso: se è credente, deve parlare di Dio, ma poiché è una creatura, non può parlare di Dio. Come risolvere questo paradosso in altra maniera che attingendo, dalla nostra esperienza umana, delle parole, delle immagini per evocare il divino. Gli autori biblici non facevano altrimenti ! Per esempio, in quell’autentico libro di fantascienza che è l’Apocalisse, l’autore attinge dalla sua immaginazione sbrigliata, dal suo inconscio, delle immagini forti per descrivere la realtà della fede e dell’intimo dell’essere umano, delle sue lacerazioni e delle sue pulsioni…Molto probabilmente esiste un legame forte tra il nostro “divano“ e il nostro “divino“.

Esiste nondimeno il rischio di confondere “il” divino con “il nostro” divano, di credere che le nostre immagini “definiscano” Dio, mentre esse non fanno che raccontarlo. Le nostre parole restano le nostre parole, le nostre immagini restano le nostre immagini. Altrimenti Dio diventa una proiezione dei nostri difetti, delle nostre angosce, dei nostri fantasmi. Una semplice compensazione della mia fragilità. E allora Marx avrà avuto ragione nel dire che è un “oppio”, una droga malsana che sostiene e nutre l’avvilimento.

Bene, torno dal mio psico…a parlargli di teologia !

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