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L’Avvenire di Dio

 Quando nel 1538 Olivetano, cugino di Calvino, tradusse per la prima

volta la Bibbia in francese, scelse di tradurre uno dei nomi che più

di frequente vanno dati a Dio, il tetragramma Yhwh, tramite la parola

« l’Eterno ». Questa traduzione originale (senza equivalente nè in

tedesco nè in inglese) è stata largamente adottata dai protestanti e

gli ebrei francofoni. Ha certi meriti, ha anche un grosso

inconveniente. Tendiamo a definire l’eternità in termini di assenza

di tempo e a pensare che Dio, se è eterno, non ha nè passato, nè

presente, nè avvenire. Il titolo di questo articolo, da quel punto di

vista, non ha nè senso nè pertinenza.

Il concetto di una eternità divina fuori dal tempo mi pare falsa e

ingannevole. Che Dio sia vivente, come la Bibbia lo proclama, implica

che sia nel tempo. La vita si svolge sempre un momento dopo l’altro e

coniuga la continuità col cambiamento. A mio parere, Dio ha sì un

passato (c’è una « storia di Dio » strattamente legata a quella umana),

ma ha ugualmente un presente (una attualità cui i credenti rendono

testimonianza) e, infine, ha un avvenire. Questo avvenire di Dio mi

sembra giocare un ruolo essenziale nel nostro modo di capirLo e di

viverLo.

L’avvenire della dottrina di Dio

Per molta gente la parola « Dio » si applica ad un essere assoluto,

perfetto, che governa e conosce tutto, è situato fuori dal tempo e

dallo spazio, non dipende da niente nè da nessuno, in cui non vi è

difetto. Gli atei e i teisti si trovano d’accordo, per la più gran

parte, su questa nozione di Dio che pare loro andar da sè. Si

distinguono e si oppongono nel fatto che gli atei negano che vi sia

un tal essere quando invece i teisti credono nella Sua realtà.

Però questa idea ordinaria di Dio non corrisponde nè a ciò che si

legge nella Bibbia nè a ciò che vivono i credenti. Fa di Dio un

fondamento piuttosto chè un movimento; vede in Lui la potenza che

mantiene l’ordine delle cose e non quella che fa ogno cosa nuova; Lo

lega al sovranaturale e Lo mette fuori dal quotidiano e

dall’ordinario. La Bibbia descrive un Dio che lotta contro le forze

negative, umane e demoniache, che si oppongono a Lui e frequentemente

Lo mettono in iscacco. Non afferma che tutto sia deciso e determinato

da Lui. Proclama, ed è molto differente, che la potenza divina,

quella dell’amore, non sarà mai vinta nè annientata definitivamente;

alla fine vincerà contro ciò che le resiste, l’ingiustizia, l’odio,

le disgrazie, la miseria e persino la morte.

Mi sento talvolta abbastanza vicino all’ateismo nel suo rifiuto

della dottrina classica di Dio. Me ne scosto fondamentalmente perchè

questo rifiuto, lungi dall’eliminare Dio, va insieme, in me, con la

convinzione che si può e si deve pensare altrimente il Suo essere e

la Sua relazione al mondo. Si credeva di averLo definito abbastanza

esattamente. Non è così. Ci si accorge che la dottrina di Dio va

riformata e sarà probabilmente sempre da riformare.

E’ sbagliato giudicare gloriosi e magnifici i termini quali

onnipotente, onnisciente, impassibile, illimitato. Mettendoli da

parte non si cade, come mi viene detto talvolta, nella categoria di

un « sotto-dio », di una divinità di grado metafisico inferiore. Dio

non va onorato imaginando la Sua grandezza sul modello, pur

sublimato, di quella dei despoti di un altro tempo o dei tiranni di

oggi. Bisogna operare un rovesciamento radicale di valori troppo

sovente amessi. La maestà non consiste nel dominare o

nell’assoggettare ma nell’amare e liberare. Vi è nobiltà nel

persuadere e nell’ispirare; non ce n’è nel costringere.

Nessuna teologia, sia essa tradizionale o novatrice, può pretendere

di essere eccellente e definitiva. La dottrina di Dio, anche se ha un

passato, è sempre ed essenzialmente da farsi. Abbiamo appena

cominciato a pensare Dio e non avremo mai finito di pensarLo.

Dio potenza d’avvenire

Per il credente Dio è ciò o colui che dà senso alla sua vita e al

mondo. Che vuol significare esattamente « senso »? A questa domanda si

danno due risposte diverse.

In primo luogo è definito « senso » ciò che risulta da una ricerca, che

conclude un itinerario, che dà la soluzione di un enigma. Quando è

stato trovato, non c’è più bisogno di interrogarsi, più niente da

cercare. Si possiede la verità; si ha un sapere, se non totale,

almeno sufficente e soddisfacente. L’essenziale è stato acquisito o

ricevuto, non c’è nient’altro, di più o di meglio, da aspettarsi o da

sperare. Così compreso, il senso rappresenta un punto d’arresto, un

termine; blocca il presente, non apre un avvenire.

In secondo luogo « senso » indica una direzione, come il cartello

stradale che indica non la meta raggiunta ma il camino che resta da

percorrere. E’ ciò che rilancia, apre una tappa nuova, un camino da

riprendere e continuare. Questa seconda definizione mi permette di

associare il Dio della Bibbia al senso. La fede non dà tutte le

risposte, ma spinge a cercare, scoprire, inventare.

Nella Bibbia le rivelazioni divine che si susseguono orientano

sovente verso tutt’altro che esse stesse; mettono in movimento verso

un futuro. Abrahamo non vive di un esaudimento ma di una promessa. La

legge rivelata a Mosè sul Sinaï fa nascere l’attesa di un messia. Lo

stesso Cristo, suprema rivelazione di Dio per un cristiano, non

privileggia una legge che si accontenterebbe di gestire quello che ci

ha donato; dirige i suoi discepoli verso un orizzonte e una meta che

chiama Regno di Dio. Il Dio biblico impedisce di accontentarsi di ciò

che si sa, si crede, si ha o si è. Non smette di inquietare, di

chiamare, di interpellare. Quando si pensa di essere arrivato, fa

capire che il viaggio è appena incominciato. Quando ci si immagina

conoscerLo bene, ci sfugge; quando all’incontrario ci si interroga e

si cerca, è Lui ad animare la nostra ricerca. Non fa riposare, scuote

e manda più lontano. Non ci offre un posto fisso dove istallarci,

apre dei cantieri, ci fa entrare in un progetto.

Ignoro quale sia il disegno di Dio per l’universo. Per noi invece, il

Suo obiettivo mi pare chiaro: mira a trasformarci affinchè gli esseri

bestiali, mostruosi, dai cuori di pietra che spesso siamo, diventino

esseri veramente e autenticamente umani, dai cuori di carne. « L’uomo

è una speranza di Dio », ha scritto Charles Wagner. L’avvenire di Dio

è l’uomo venturo, l’uomo autentico, la creatura nuova all’immagine di

Cristo di cui parla l’apostolo Paolo.

Paura e speranza

Viviamo in un tempo che ha paura dell’avvenire. Il degradarsi

dell’ecosistema minaccia gravemente la Terra; le evoluzioni

politiche, sociali, economiche, culturali dell’umanità ci inquietano.

Abbiamo l’impressione di marciare verso le catastrofi piuttosto che

verso gl’indomani che cantano. Credere nell’avvenire diventa

irraggionevole e irrealista. Il coraggio di vivere nella speranza a

dispetto delle crisi, a contro-corrente delle paure, delle

rassegnazioni e della morosità di moda, ecco quello che Dio suscita

in noi.

Albert Schweizer diceva che il Nuovo Testamento coniuga pessimismo

(una sguardo abbastanza scuro sul mondo) e ottimismo (la convinzione

che cambiamenti sono possibili). Quando ci si riferisce ad una

divinità fuori dal tempo e ad un mondo immobile, non si può che

subire e accettare, comme lo richiedevano i savi dello stoicismo. La

fede cristiana, testimone di una potenza che agisce e suscita cose

nuove, chiama al movimento e al dinamismo. Dio ci guida verso cose

diverse da quelle di adesso. Il Suo passato e il nostro hanno senso

soltanto perchè sono superati o da superare. E’ presente e ha una

presenza solo perchè orienta verso un possibile futuro. E’ attuale

quando ci mobilita per partecipare alla Sua azione trasformatrice in

noi e attorno a noi. Ieri come oggi, nel mondo come nella nostra

esistenza. Dio è avvenire. A.G.

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