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La malattia è l’omofobia, non l’omosessualità!

La malattia è l’omofobia, non l’omosessualità!

Di Maxime Michelet*

Traduzione di Giacomo Tessaro

* Maxime Michelet è studente e ha conseguito un master in storia contemporanea alla Sorbona. Proveniente da una famiglia di tradizione atea, in età adulta ha scoperto il protestantesimo liberale attraverso il tempio dell’Oratoire du Louvre di Parigi.

26 agosto 2018: nuova tempesta in arrivo da Roma. Papa Francesco, di ritorno dall’Irlanda, risponde a un giornalista che gli chiede cosa direbbe a un genitore preoccupato dell’omosessualità di un figlio. La risposta del Papa dura due minuti e non si può parlare di questa polemica senza prendere in considerazione la risposta nel suo insieme. Come sappiamo, il Papa afferma che la risposta giusta non è il rifiuto, che stigmatizza come “mancanza di paternità e maternità”; invoca il “diritto a una famiglia” e conclude: “non cacciarlo via dalla famiglia”. Qualcuno dirà che questo è il minimo, ma considerando il numero di giovani cacciati dalle loro famiglie (situazione contro lo quale si batte l’ammirevole associazione Le Refuge), questa frase, pronunciata dal pontefice romano, è già qualcosa. Poco dopo afferma: “Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia, così come sei”; parole che avrebbero dovuto essere applaudite.

Sfortunatamente, Sua Santità ha poi toppato: “In quale età si manifesta questa inquietudine del figlio? Una cosa è quando si manifesta da bambino che ci sono tante cose da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose”. Per questa dichiarazione controcorrente si è abbattuto un diluvio sulla cupola di San Pietro. L’assimilazione dell’omosessualità a un disturbo psichiatrico è qualcosa di particolarmente retrogrado e mette in dubbio la sincerità di tutti i passi in avanti, timidi ma salutari, di questo Papa, molto meno rigido, moralizzatore e ossessionato da certe tematiche dei suoi due immediati predecessori, Benedetto XVI e – soprattutto – Giovanni Paolo II.

A chi non comprende tutta la portata della polemica, ecco una breve storia dell’oppressione dell’omosessualità. Inclusa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo elenco di malattie mentali, l’omosessualità ne viene depennata solamente il 17 maggio 1990, giorno da allora in poi consacrato alla lotta contro l’omofobia. Ancora oggi alcuni pseudomedici (autentici ciarlatani) propongono di “guarire” dall’omosessualità attraverso una serie di trattamenti, uno più disumano dell’altro (le “terapie riparative” solennemente proibite dal Parlamento Europeo nel marzo 2018; una decisione a cui sono opposti 29 eurodeputati francesi).

Per restare in Francia, ricordiamo che l’omosessualità fu inclusa fra i tre “flagelli sociali” contro i quali, nel 1960, l’Assemblea Nazionale autorizzò il Governo a lottare per via di decreti (gli altri due erano l’alcolismo e lo sfruttamento della prostituzione). Si montò dunque tutto un apparato repressivo che fu smantellato nel periodo 1980-82, soprattutto in seguito all’elezione di François Mitterrand. Non parleremo dell’ondata di omofobia abbattutasi sul nostro Paese durante il dibattito sui PACS, e più ancora nel 2012-13, durante il dibattito sul “matrimonio per tutti”; la Francia lo ha introdotto nella sua legislazione ben dodici anni dopo il pioniere Belgio e otto anni dopo la cattolicissima Spagna.

Ancora oggi un giovane omosessuale è a rischio suicidio da quattro a sette volte più di un giovane eterosessuale. È ottima cosa che la nostra società faccia dei passi avanti, ma l’omofobia rimane una realtà scandalosa. Nel 2018 l’associazione SOS Homophobie ha registrato, per il secondo anno consecutivo, un aumento degli atti omofobi: l’associazione denuncia in particolare “un’ondata di discorsi omofobi” nel mondo politico. Questo fa parte della libertà di parola, ma sarebbe bene fossero le vittime ad essere direttamente liberate dall’odio, non solo i racconti dei loro traumi.

Il 23 agosto scorso un bambino di nove anni, James Myles, si è tolto la vita a Denver, negli Stati Uniti, implacabilmente perseguitato per aver semplicemente confidato ai suoi compagni di amare i ragazzi: ecco il volto tragico e insostenibile dell’omofobia.

Detto questo, le parole del Papa, capo di più di 1.25 miliardi di fedeli in tutto il mondo, personalità ascoltata al di là della sua comunità di fede, parole forse maldestre (il Vaticano ha poi fatto marcia indietro) ma sicuramente scandalose, non possono che generare dolore e sofferenza, perché sono un insulto agli omosessuali, a chi lotta contro la peste dell’omofobia, e possono rafforzare nelle loro convinzioni morbose gli omofobi di ogni risma.

Questa è dunque una polemica all’altezza sia delle parole da condannare, sia dell’oppressione da combattere. Ma, al di là dell’invito alle cure psichiatriche (nelle quali, non dimentichiamolo, il lettino si accompagna ai farmaci), le parole del Papa contengono un senso più implicito, ma non meno nocivo, che va messo in luce per combatterlo.

Nel suo discorso, il Pontefice ripete che bisogna aiutare le persone omosessuali e andare loro incontro per “capire”: un discorso abbastanza comune, e solitamente ben accolto. Ma con questo non ha voluto affermare che bisogna andare loro incontro per capire e che in loro non c’è alcuna minaccia, né devianza, che bisogna prendere coscienza che non c’è nulla da temere, né da rifiutare. No! Il riferimento alla psichiatria illumina il suo discorso: bisogna capire perché le persone omosessuali sono omosessuali.

A chi verrebbe mai in mente di interrogarsi sull’eterosessualità degli eterosessuali? Nessuno: è cosa ovvia. Invece la devianza dev’essere interrogata, sviscerata, spiegata, perché se non esiste spiegazione alla devianza, è perché in realtà è un fatto naturale, per il quale non vale la semplice tolleranza (il fioretto fatto ai “devianti” da parte dei “normali”), ma un principio molto più ambizioso: l’uguaglianza.

La volontà di andare incontro all’alterità omosessuale, che si presenta come benevolenza, si fonda dunque su una concezione omofobica dell’omosessualità: è la buona salute che ha pietà della malattia, è la rettitudine benpensante che accorre al capezzale dell’inversione sofferente.

Quando il Santo Padre parla di una “inquietudine” che si fa strada nel bambino, è l’inquietudine di essere omosessuale o l’inquietudine di dover un giorno affrontare l’omofobia? Chi avrebbe davvero bisogno di uno psichiatra: gli omosessuali, che vivono pienamente e pacificamente la loro libertà d’amare, o forse gli omofobi, che si attribuiscono dei diritti illegittimi nel nome di una enorme impostura morale?

Invece di rispondere a un genitore che deve capire perché suo figlio è omosessuale, il Papa (se non fosse stato Papa) avrebbe potuto rispondere che la prima cosa da fare in questa situazione per un genitore è interrogare se stesso: perché questo semplice fatto, un orientamento omosessuale, disturba la relazione con mio figlio? Perché questa cosa mi turba? Ho paura dell’omosessualità o dei pericoli che minacciano, a causa dell’omosessualità, questa creatura a me tanto cara?

Di cosa bisogna avere paura, cari genitori? Dell’omosessualità di un figlio, o degli omofobi che lo minacciano? Di cosa avete paura? Alcuni risponderanno che è proprio l’omosessualità a turbarli: senza riuscire mai a spiegare il perché, vi diranno che non è naturale, se non addirittura che è ripugnante. Ma in quel caso, quando si è così turbati e sconvolti senza capire perché, quando questo può corrompere o addirittura distruggere l’amore per un figlio, che dovrebbe essere saldo come una roccia, e quando ci si ritrova schiavi di una paura irrazionale, allora “ci sono tante cose da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose”.

In mancanza della psichiatria, ci sono sicuramente tante cose da fare con l’amore; non la commiserazione delle anime belle, certe della loro rettitudine, che vogliono insegnare al mondo intero come fare per essere perfette come loro, non un amore ipocrita, ma l’amore autentico, quello che ci libera dalle nostre paure e disarma tutti gli odi, dove l’alterità ci mette in discussione e la differenza amplifica la fraternità: l’amore che rende gli Uomini uguali “in dignità e diritti”.

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À propos Gilles

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a été pasteur à Amsterdam et en Région parisienne. Il s’est toujours intéressé à la présence de l’Évangile aux marges de l’Église. Il anime depuis 17 ans le site Internet Protestants dans la ville.

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