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La preghiera e il bagno di sole

Di André Gounelle
pastore, professore onorario all’Istituto protestante di teologia di Montpellier, è autore di numerosi libri e collaboratore di Évangile et Liberté da 50 anni.

Traduzione di Giacomo Tessaro

“Pregate in ogni tempo” scrive l’apostolo Paolo. È forse un’ingiunzione impossibile da seguire? Tutto dipende da cosa si intende per “pregare”: è compiere un rito o esporsi alla presenza di Dio nella nostra vita?

“Non riesco a pregare” mi scrive inquieta una ragazza che ha appena finito un catechismo seguito con molta intensità. Un pastore con molti anni di esperienza mi confida imbarazzato: “Non prego mai, tranne che sul pulpito, quando presiedo un culto”. Mi viene da interrogarmi: forse questi due sono vittime della concezione di preghiera insegnatami nella mia infanzia: “Devi giungere le mani e chiudere gli occhi, poi parlare a Dio cominciando con ‘Mio Dio, padre mio’ e terminando con ‘Nel nome di Gesù Cristo, amen’”. Non voglio rigettare questa preghiera “rituale”: per molti può essere un conforto, un sostegno, un aiuto alla vita, ma bisogna riconoscere e accettare che altri la trovano artificiale e la praticano a stento, se la praticano. In questo caso, invece di sentirsi manchevoli o colpevoli, è importante rivedere le nostre idee sulla preghiera.

Ci possono aiutare alcune citazioni. Per Emerson i nostri sospiri, le nostre speranze e le nostre emozioni sono in se stessi delle preghiere quanto, se non più, dei discorsi “udibili e strutturati”. Kierkegaard sottolinea che pregare significa “tacere e ascoltare”, non parlare o “ascoltarsi parlare, ma […] rimanere nel silenzio e nell’attesa, fino a quando non sentiamo Dio”. Secondo Charles Wagner pregare vuol dire aprirsi allo “sguardo di Colui che, solo, sa tutto vedere e comprendere”.

Pregare non consiste (non solamente, né principalmente) nel mettersi da parte un momento speciale per dire qualcosa a Dio, pubblicamente o nel proprio foro interno (in una stanza con la porta chiusa, secondo il consiglio di Gesù); pregare significa porsi avanti a Dio durante le nostre occupazioni ordinarie, nel mezzo del lavoro e dell’attività, senza interromperli, prendere coscienza che egli è presente e vicino.

Spesso paragono le preghiere rituali ai bagni di sole. Ogni giorno beneficiamo del sole, della sua luce e del suo calore; in estate, poi, si può andare in spiaggia ad abbronzarsi. I momenti speciali di preghiera ci espongono a Dio proprio come ci esponiamo al sole in riva al mare; il loro scopo è farci sentire in modo più vivido una presenza, quella di Dio, che ci accompagna ad ogni istante. Come i bagni di sole sono pericolosi se durano troppo, non bisogna abusare della preghiera (con il Padre Nostro Gesù ha fornito ai suoi discepoli un modello di preghiera estremamente breve). Se la preghiera rituale è noiosa o pesante, se il bagno di sole si rivela fastidioso o controindicato, meglio smettere e cercare qualcos’altro: del sole si beneficia comunque e Dio non è meno presente.

A quella ragazza ho risposto: “Non farti problemi, nessuno riesce a pregare bene. Quando guardi un bel paesaggio o ascolti una musica che ti tocca, ti senti in contatto con qualcosa che è più grande di te e ti meraviglia: senza saperlo, in quel momento stai pregando”. Al pastore ho risposto: “In realtà lei prega molto, perché giorno dopo giorno porta davanti a Dio le sue letture, i suoi incontri e le sue attività”. A chi ci tiene alle tradizionali riunioni di preghiera vorrei dire: “Non arrabbiatevi con chi non viene alle vostre riunioni. Anche loro pregano, ma in maniera diversa”.

Noi non sappiamo come si prega, scrive Paolo, ma “lo Spirito intercede con sospiri ineffabili”. In altre parole: poco importa se non pratichiamo il rito denominato “preghiera”. Dio prega in noi e ci fa pregare ogni volta che il suo Spirito ci fa sentire la sua presenza.

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À propos Gilles

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a été pasteur à Amsterdam et en Région parisienne. Il s’est toujours intéressé à la présence de l’Évangile aux marges de l’Église. Il anime depuis 17 ans le site Internet Protestants dans la ville.

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