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Parola per parola. Non credente

 

Di Henri Persoz

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

Tratto da Évangile et Liberté n° 290, giugno-luglio 2015

 

Sono sempre stato irritato da chi divide il mondo tra credenti e non credenti, soprattutto perché non so da quale parte dovrei schierarmi: sono credente con i credenti e non credente con i non credenti. Inoltre rimango impressionato dal numero di persone che si dichiarano non credenti e frequentano regolarmente i nostri studi biblici e le nostre riunioni teologiche.

 

Credere in cosa? In chi? Credere nell’esistenza di Dio? Ma cos’è Dio, e cos’è l’esistenza? Dio viene percepito in vari modi, talmente diversi gli uni dagli altri che l’espressione “credere in Dio” ha poco senso: credere in quale Dio?

 

I credenti non fanno forse esistere il Dio che fa loro comodo, il Dio che vogliono amare e dal quale vogliono essere amati per tenere la rotta in questo mondo caotico, un Dio che li aiuti a stare in piedi e li spinga in alto? E i non credenti non rigettano forse un Dio che ad ogni modo non esiste più, che era il grande mago del mondo, facitore di miracoli, che passava la vita a giudicare gli esseri umani per punirli o ricompensarli?

 

Recentemente su Réforme un professore onorario di teologia, una persona arrivata, ha scritto: “Credere significa accettare di vedere in Gesù colui che, in nome di Dio, dà se stesso sulla croce per la salvezza del mondo”. Accipicchia! Se la mettiamo così, non sono credente, in quanto la salvezza del mondo, siamo ancora qui che la aspettiamo. Io credo, più semplicemente, che Gesù ha voluto farci comprendere che il Dio da amare era il prossimo che incontriamo sulla nostra strada. È vero che per questo è morto. Ma non per questo il mondo è stato salvato.

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À propos Gilles

a été pasteur à Amsterdam et en Région parisienne. Il s’est toujours intéressé à la présence de l’Évangile aux marges de l’Église. Il anime depuis 17 ans le site Internet Protestants dans la ville.

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