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EDITORIALE GIUGNO-LUGLIO 2013

Se ugualmente si vuol esprimerer a quel modo che Dio non può essere afferrato dalle nostre parole nè rinchiuso nelle nostre definizioni e dottrine, ciò è giusto: quando dico “Dio”, già non è più Dio che dico. Vi è una differenza profonda tra Dio e noi; là risiede la sua alterità. Ma quest’ultima è più fondamentale che non propriamente totale.

Se in effetti Dio è il “tutt’altro”, com’è possibile parlare di un incontro tra Dio e noi, tra noi e Dio? Se non c’è alcun punto comune tra Dio e noi, significa en fatti non tanto che Dio ci scappa e non è afferrabile, ma che non è possibile conoscerlo, che le nozioni di incarnazione e di rivelazione, le si intenda come si vuole, non hanno nessuna ragion d’essere; che parlare della presenza di Dio nelle nostre vite, nei nostri cuori e nel mondo non ha alcun senso.

Ecco perchè, guardando a Gesù, mi sembra sempre tanto importante di parlare dell’umanità di Dio: un Dio con noi e per noi; ho quasi voglia di scrivere: un Dio che ci dice qualche cosa. Non un Dio assoluto, impassibile, magari pauroso e ghiacciato, totalmente estraneo, ma un Dio umano, un Dio vicino e che ci ama. Dio è in noi. Sicuramente. Ma noi siamo in Dio.

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