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Desmond Tutu

Una riconciliazione difficileRimane una domanda: come far accettare ai nove decimi della popolazione – che ha subito per mezzo secolo un ordine politico e sociale di ferro – che l’odio, che ha prevalso in tutte le forme, dall’omicidio e dalla deportazione fino al razzismo quotidiano, deve essere dimenticato per poter costruire un avvenire comune? E come convincere la minoranza bianca, che ha goduto di privilegi esorbitanti durante l’apartheid, a rassegnarsi senza rivoltarsi ad essere solo dei semplici cittadini in uno Stato democratico?

Ora bisogna riconciliare una nazione. “Per riconciliare la nazione bisogna prima di tutto fare in modo che sappia cosa è successo sotto l’apartheid. Bisogna dunque chiedere agli attori del dramma di raccontarlo senza che ci siano da temere rappresaglie e vendette” scrive Philippe Salazar, professore all’università del Capo (Afrique du Sud. La révolution fraternelle, Hermann editore, 1998).
Una lettura liberatoria della BibbiaChe vittime e carnefici si ascoltino, che gli assassini si confessino dinanzi ai parenti delle vittime, domandando formalmente amnistia e perdono, che si operi una raccolta di vite e di ricordi, una “riconciliazione”. “Che ciascuno ridiventi umano”, le vittime come i carnefici. Ecco cosa ha voluto con ardore il primate anglicano dell’Africa australe e arcivescovo del Capo, Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace nel 1984. Si prende la responsabilità, con la commissione Verità e Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission), di una sorta di risanamento morale, di ricostruzione della società sudafricana, una situazione senza equivalenti contemporanei.

Philippe Salazar commenta la nozione di riconciliazione alla quale Desmond Tutu annette tanta importanza: “Se insiste tanto sulla necessità del rimorso e della richiesta di perdono non è perché vuole dare alla legge un sapore teologico fondato sulla nozione di peccato: sa molto bene che certe domande di amnistia sono tessute di menzogne e di dissimulazioni; si fa finta di svelare piangendo lacrime di coccodrillo e coprendosi il capo di cenere. Al contrario, da buon moralista sa che l’amnistia senza penitenza non significa nulla. Quindi, in un ambito non religioso, come ottenere che faccia penitenza chi domanda l’amnistia? […] E come ottenere che le vittime o i loro parenti facciano il sacrificio di non sentire né odio né desiderio di vendetta? L’atto di riconciliazione implica questo doppio sacrificio”.

Allora, a chi si stupisce che un arcivescovo anglicano si veda riconoscere dallo Stato una tale autorità morale, una tale autorità tout court, bisogna ricordare che l’Africa del Sud ha sempre rivendicato il titolo di Paese “che teme Dio” fin dall’arrivo dei Boeri, Olandesi profondamente religiosi impastati di protestantesimo ugonotto che portavano con i loro bagagli, oltre alla Bibbia, la giustificazione biblica dell’apartheid (Nel 1982 la Chiesa riformata olandese sarà sospesa dall’Alleanza riformata mondiale e la dottrina dell’apartheid dichiarata “eresia”). Il teologo Desmond Tutu proporrà, rischiando sicuramente la vita, una lettura liberatoria di quella stessa Bibbia che nella sua lettura deviante ha sostenuto così a lungo l’oppressione.
Portavoce dei senza voceDesmond Tutu è un predicatore dalla parola fiammeggiante e polemica, e con la sua eloquenza ha potuto esercitare una considerevole influenza durante l’apartheid, facendosi portavoce dei senza voce quando radio e stampa erano inaccessibili. Ma non metterà mai, nemmeno nei peggiori momenti del terrore di Stato, il suo carisma al servizio di qualcosa che non sia la riconciliazione che predica instancabilmente. Ha questo sogno del “regno dello shalom” a venire, “in cui il popolo avrà il diritto di essere umano perché gli uomini sono fatti a immagine di Dio”, come osa dichiarare nel 1977 al funerale di Steve Biko, un dirigente della Black Consciousness assassinato. Come osa ancora, nel 1993, alle esequie di Chris Hani, carismatico leader del Partito comunista assassinato, predicare in abito ecclesiastico nello stadio di Soweto, la grande township di Johannesburg, in presenza di Nelson Mandela e davanti a una folla tesa e pronta a scivolare nel terrore e nella vendetta.La nazione “arcobaleno”Cosa dice Desmond Tutu? Esorta con la sua voce sonora, aspra e ritmata, con la sua esperienza delle tenzoni oratorie e il suo carisma di predicatore: “Noi saremo liberi, tutti noi, Neri e Bianchi insieme. Noi siamo l’arcobaleno del popolo di Dio”. L’arcobaleno, simbolo dell’alleanza stretta tra Dio e il popolo raccolto. La nuova Africa del Sud sarà ormai la “nazione arcobaleno” e il suo popolo raccolto “il popolo arcobaleno di Dio” dalle undici lingue ufficiali.

“Ciò che conta in Desmond Tutu non è tanto la sua vita quanto le sue opere” afferma Philippe Salazar. E la sua “voce profetica” resta sempre viva. Aveva annunciato che sarebbe andato in pensione a 79 anni nel 2010: “Invece di invecchiare con grazia, a casa, in famiglia, a leggere e scrivere e pregare e meditare, ho passato troppo del mio tempo negli aeroporti e negli alberghi”. Quello che non dice è che, instancabile, ha combattuto ai quattro angoli del globo perché la giustizia e i diritti dell’uomo vengano infine rispettati. E che può benissimo sognare di bere tutti i pomeriggi la sua tazza di rooibos (tè rosso sudafricano) in compagnia di sua moglie, ma il suo sogno di una umanità riconciliata fa sì che continui a combattere contro la povertà, l’omofobia, il razzismo, l’AIDS, la corruzione… Alleluia!

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