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Immagini in gioco Marco 7,24-31

Quel giorno Gesù ha ricevuto una visita inattesa. Una visita che non avrebbe dovuto esserci, perché la sua intenzione era di restare in incognito: “Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno.” Perché? Per ritirarsi? Per proteggersi? Non lo sapremo mai; il testo non fornisce spiegazioni, preferendo attirare la nostra attenzione su questo desiderio non realizzato: “Ma non poté restare nascosto.”

“Anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi.” Così, se Gesù non voleva nessuno, compare una donna, che non avrebbe dovuto trovarsi in quella casa poiché, come circostanze aggravanti, apprendiamo che non è ebrea, ed è oltretutto segnata dall’impurità per via di sua figlia.

L’entrata in scena di questa donna riporta Gesù da dove era “partito”, una indicazione che si può senz’altro comprendere in termini geografici, ma che è interessante ricollegare alla situazione precedente, il discorso nel quale Gesù rivela alla folla (Marco 7,14-15): “Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo (altra traduzione: renderlo impuro); sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo (o: lo rendono impuro). E “quando lasciò la folla ed entrò in casa” precisa ai suoi discepoli (Marco 7,21): “Perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri […].”

In quest’altra casa, raggiunto là dove sperava di essere libero, e confrontato con la domanda insistente della donna che cacci “il demonio da sua figlia”, Gesù per prima cosa denigra questa donna valutandola secondo gli schemi, i dogmi dei suoi: “Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini.” Alcuni lettori pensano che Gesù non possa aver parlato in quel modo, voleva mettere alla prova la donna.

Per tutta risposta, Gesù sostituisce con un altro tempo il “subito” della donna; lascia in sospeso l’attesa e la fiducia che ella pone in lui per sua figlia. E attraverso questo gioco d’immagini, trasporta la donna assieme a lui in un’altra scena, quella della tavolata.

La madre, che non è stupida, non molla, afferra la rappresentazione, se ne impadronisce, fino a entrarci dentro, ma come soggetto libero, capace di interpretare immagini e parole:

“Sì, Signore”, indosso l’immagine, sono un cagnolino. Anche mia figlia. E allora, adesso che siamo nella stessa casa, insieme, guarda cosa succede! Non vedi? Forza, abbassati e apri gli occhi. Guarda “sotto la tavola”… In questa casa non ci sono due servizi. Tutti “mangiano” nello stesso momento, e tutti a sazietà. I “figli”, il “pane” e i “cagnolini sotto la tavola”, le “briciole”. Alla tua tavola tutti sono soddisfatti, in famiglia. Te lo dico io!

La donna mette a profitto il gioco d’immagini, trasforma le identità, aprendo la tavolata all’universalità: infatti sostituisce il termine “figli” impiegato da Gesù, che designa i figli secondo il lignaggio (allusione ai soli ebrei) con un altro termine che designa i figli, questa volta senza connotazioni di appartenenza, di parentela.

In questo lavoro che fa sorgere nuove comprensioni, la donna viene riconosciuta da Gesù, come anche la sua domanda: la guarda con occhi nuovi. La parola di questa donna accolta da Gesù, e la sua parola sola, perché egli non opera gesti di guarigione, significa una nuova vita per la figlia: “Per questa parola, va’, il demonio è uscito da tua figlia. La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.”

Strizzata d’occhio del narratore al lettore: il termine “figlia” è quello introdotto dalla donna, aprendo così ad altri, non ebrei, la possibilità di essere nutriti da Gesù, in grande numero, 4.000 circa (Marco 8,1-9), prima che una “moltitudine” venga nutrita a sua volta.

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