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Ricercare la felicità?

La tirannia della felicità Louis Pernot

traduzione Rebeaud JF

Ci dicono che dobbiamo essere felici, ma non è questo dovere una fonte supplementare di colpevolezza? Dopo tutto, lo scopo della vita non è per forza quello di farsi piacere, ma di fare quello che si ha da fare.

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La nostra società cerca la felicità ad ogni prezzo e se ne fa un ideale. È un ideale pericoloso che certamente rende molte persone infelici.

Ê pericoloso perchè non c’è più posto per i poveri, i depressi, i meno belli, quelli che soffrono e sono infelici in un mondo dove si deve essere sempre felici, raggianti, belli e in buona salute.

Sicuramente i teologi sono in parte complici di questa deriva. Siamo soliti, nelle nostre Chiese, dire che lo scopo del Vangelo è la felicità, che la fede ci riempie di gioia e ci fa « trassaltare di allegrezza ».

Senza dubbio la fede ci rende felici, e c’è una grande gioia nel servizio del Vangelo, ma non è questo lo scopo. L’importante nella vita non è di essere felice, ma di fare quello che si ha da fare, di compiere la propria missione. Che ci renda felici o no non è la questione.

Del resto Cristo è stato felice? Non se ne parla, e fin sulla croce Gesù non è stato per forza felice, faceva giusto quello che doveva fare. Non promette sempre la felicità a coloro che lo seguono, dice: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, si carichi della sua croce e mi segua. Perchè chiunque avrà voluto salvare la propria vita la perderà, ma chi l’avrà perduta per causa mia la troverà ». E questo, lo dichiara appena dopo l’intervento di Pietro che lo mette alla prova dicendo che non deve sacrificare la propria felicità, che non deve soffrire… e Gesù gli risponde: « Vattene via da me, Sattana! ». Là è la tentazione sattanica: voler essere felici. Cercare la propria felicità è sempre una via sbagliata, un pericolo che porta il soggetto a ripiegarsi su se stesso, sul proprio egoismo. Lo scopo del Vangelo non è di correre dietro alla felicità, ma « di dare la sua vita per i suoi amici ».

Eppoi c’è anche qualcosa di pericoloso nell’idea che il Vangelo, la fede, dovrebbero garantire la felicità, perchè ci aggiunge un dovere supplementare: essere felice. Con una forma di giudizio: se non sono felice, mi trovo colpevole di non essere un buon cristiano, significa che ho poca fede.

Essere felice non è un dovere, si fa quello che si può. È possibile non essere molto felice anche quando si mena una bella vita, si è un buon cristiano, e non si manca nè di fede, nè di amore, nè di speranza.

D’altronde ci sono dei cristiani provati o infelici. E bisogna prendere coscienza a qual punto il solito discorso sulla felicità promessa da Dio li distrugge, li colpovelizza. Se sono infelici, sarà perchè hanno poca fede? Questo sarebbe ingiusto e falso. A furia di presentare la felicità come una grazia di Dio, come lo scopo del Vangelo, chi è infelice lo diventa doppiamente, e se ne sente colpevole.

La promessa della Bibbia dice che l’infelice non è abbandonato. E la speranza cristiana dice che, comunque sia, sempre si può vivere, si può andare avanti, essere su una strada che ci porta in qualche posto, una strada di salute e di vita. La strada può essere ruvida e rocciosa, poco importa. In ogni caso la felicità si trova soltanto quando non la si cerca. La felicità consiste nel de-preoccuparsi di questa questione e di se stesso, e di voler donare.


La finalità della felicità Jean-Marie de Bourqueney

traduzione Rebeaud JF

Cercare la felicità? Naturalmente. Ma non una felicità qualsiasi! Bisogna fare sì che una felicità sia possibile, senza imporrla.

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Scrive Pascal Bruckner, nel suo libro L’euphorie perpétuelle, che viviamo sotto la tirannia della felicità; ha ragione! Ma evoca la felicità che il pensiero dominante ci descrive oggi: una felicità prescritta secondo la quale ciascuno deve essere e vivere, una doxa della felicità. Ne nascono diverse forme di colpevolezza. In quanto pastore ne sone testimone ogni giorno presso le persone che accompagno. Ma dobbiamo noi, a causa di questa comprensione, di questo pensiero mediatico contemporaneo, rinunciare ad agognare la felicità?

In quanto teologi, dobbiamo noi rinunciare a porre la felicità come meta del discorso teologico? Il dibattito non è nuovo poichè già Sant’Agostino (nel seguito dei discorsi filosofici antichi, vedasi Seneca) faceva della « vita beata », la « vita felice », la finalità della teologia. Più vicino a noi, i filosofi e i teologi del Process propongono la « giubilazione » (traduzione di « enjoyment ») la meta ideale di ogni agire. A lor parere, il reale è un susseguirsi di azioni che non smettono di creare. La volontà divina si iscrive in questo flusso come potenza di trasformazione.

Il paragone tra un Buddha e un crocifisso fa risaltare marcanti differenze. Sono rappresentazioni che evocano il percorso di vita di due uomini fuori dal comune: Siddharta Gautama, diventato il Buddha, e Gesù. Tutti e due hanno sperimentato la multiforme sofferenza degli esseri umani. Il primo propone di uscire dal ciclo delle sofferenze ricorrendo all’interiorità; il secondo propone di condividere e combattere la sofferenza. In quanto cristiano, non posso mai, come chi segue il Cristo, rassegnarmi alla sofferenza. Il combattimento contro ogni sofferenza è una delle ragioni d’essere della religione. Non mi posso risolvere ad accettare un fatum, un destino irremovibile secondo il quale l’uomo non avrebbe altra meta che di compiere il proprio dovere.

Ma quale « felicità » proporre per rispondere alle disgrazie della vita? Sbaglieremmo in effetti se proponessimo una definizione unica, universale ed eterna della felicità. Il ciristianesimo troppo spesso è andato fuori strada quando ha voluto imporre una « dogmatica della felicità », specialmente con l’idea di un paradiso che va meritato, il cui ingresso si troverebbe nelle nostre chiese… La felicità non va imposta, perchè diventa tirannia colpevolizzante. Detto altrimente, il nostro scopo mira a rendere una felicità possibile e non a imporre la Felicità.

La disgrazia non è fatalità. Torniamo per esempio alla storia di Giuseppe abbandonato dai fratelli e diventato vice-re d’Egitto. All’ora in cui si dà da riconoscere ai fratelli, dice: « Voi avevate pensato del male contro a me; ma Dio ha pensato di convertirlo in bene, per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. » (Gen 50,20). Quel versetto non attribuisce l’origine del male e della sofferenza a Dio, ma lo presenta come una potenza di trasformazione in vista di una possibile felicità. Ogni dicorso sulla « salvezza » è secondo Paul Tillich (1886-1965) una risposta di circostanza e contestuale alle angoscie di un tempo. Oggi quello che attenaglia i nostri contemporanei è l’assenza di prospettive, di avvenire, di possibilità di felicità. Il nostro dovere teologico si compie nell’apportare una possibilità di vivere le potenze di trasformazione. Come protestanti liberali abbiamo sempre cercato di conciliare umanesimo e teologia. Il nostro umanesimo cristiano deve proporre dei discorsi semplici sulla felicità quale finalità delle nostre proposte teologiche. Dobbiamo aiutare ogni essere umano a trovare la sua via verso la felicità.

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