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Per una etica della creazione?

• Nel 1971, in un libro dal titolo provocatorio: E’ troppo tardi?, il teologo americano John Cobb ci chiamava a considerare quanto il nostro pianeta fosse vulnerabile. Era tra i primi nella disciplina teologica a fare far risaltare quanto le nostre scelte in materia di economia e di produzione potessero avere consequenze insospettate et dannose per la vita sulla terra, capaci di distruggere finalmente la stessa creazione.

La catastrofe della centrale di Fukushima non dice niente di nuovo sul tema discusso, non fa altro che rimetterci di nuovo di fronte alle nostre responsibilità. Ci si meraviglia soltanto che nessuno ne parli più…

Che cosa cambia nel nostro modo di essere in questo mondo quando lo vediamo sotto l’angolo della creazione? Che cosa cambia per i cristiani se credono che Dio è anche il Dio degli animali, delle piante, dei minerali, del cosmo nella diversità degli elementi che lo compogono? Che cosa potrebbe essere una etica cristiana della creazione, non soltanto una teologia del mondo creato o del Dio creatore, ma veramente una etica, un’arte di vivere il mondo in quanto creazione di Dio?
Voler bene a tutta la creazione Questa etica della creazione comincia col riconoscere e accettare che la natura ci scappa. Se il racconto legendario e mitico della creazione in Genesi 1 attribuisce e riconosce all’uomo una particolare responsabilità, egli resta però soltanto un elemento di una creazione molto più vasta e globale; l’uomo compare per ultimo, già dapprima Dio si era rallegrato più volte davanti alla sua opera. L’essere umano non è il centro della creazione, e parimente non è al centro della relazione con Dio.

Rigettiamo qui tanto l’antropomorfismo che pensa l’uomo come sola norma e legge di tutto quello che sarebbe buono e bene, quanto l’antropomorfismo che mette l’uomo al centro del mondo e della relazione con Dio. Niente né nessuno occupa il centro della relazione con Dio, ma Dio accentra ciascuno in lui. La Bibbia e il mondo ci insegnano che questa relazione di Dio col mondo è molteplice e supera il solo legame che unisce Dio e l’umano.

Un contributo importante dei teologi della creazione (pensiamo a Moltmann, Cobb, Gisel, Visser’t Hooft) è stato precisamente di mostrare che la natura ha un suo proprio diritto all’esistenza. Poichè la creazione non è fatta esclusivamente per l’essere umano, la qualità della sua vita va sostenuta indipendentemente dal suo uso e dal suo valore per noi. La natura non può quindi essere strumentalizzata per concorrere al nostro solo bene né ridotta ai nostri soli bisogni e finalità. Significa finalmente che dobbiamo accettare di non essere soli al mondo. Ricordiamoci il famoso « rispetto della vita » di Schweitzer, nozione complessa che mira tra altre cose ad allargare all’insieme del creato, delle creature, l’amore del prossimo tradizionalmente riservato all’essere umano.
Dar valore alla mancanzaUno sguardo etico sulla creazione richiede una forma di ascesi spirituale. Non accenniamo a un astenersi dal piacere. Questo concetto molto riduttore dell’ascesi ha preso molta importanza nella storia del cristianesimo e sovente è servita a affermare l’autorità della chiesa.

L’ascesi che mettiamo in risalto è quella che ci insegna ad affrontare la mancanza, apprendimento che rappresenta una delle grandi lezioni del Vangelo. Dalla mancanza di posto nell’albergo alla mancanza di corpo sulla croce, potermmo dire ancora dalla mancanza di prova nel sepolcro di Gesù che precisamente è vuoto, il VAngelo può leggersi come un viaggio attraverso la mancanza. Le parabole sulla ricchezza sono istruttive in materia. Il ricco è sempre quello che non ha più posto da offrire, egli che pieno di tutto non prova nessuna mancanza e può quindi pretendersi autosufficiente.

La mancanza riceve valore in quanto corollaria del desiderio, della fede e della creatività; poichè è proprio ogni volta l’esperienza della mancanza che ridà voglia, libera dalla soggezione delle prove e dei saperi, e ravviva l’immaginario. Quel modo positivo di comprendere la mancanza è in se una lezione di vita ecologica: un invito al ritegno, a lasciarne per altri, a rifiutare ogni forma d’impossessamento, a non spendere tutto nell’immediato, a preferire la fede al sapere, il desiderio alla sua realizzazione. Quell’arte della mancanza è un modo, diceva Calvino, di « usare della terra come non usandone ».
La creazione è ancora da venireUna etica della creazione richiede anche una etica della creatività. Contrariamente ad una idea diffusa nel nostro immaginario, la creazione non è situata in un istante primo, alla partenza, prima che la storia abbia cominciato. Credere in un Dio creatore che non sia una mummia o un dio morto significa credere che Dio è ancora creatore, che è una potenza di creatività operante oggi ancora per rendere la vita e il mondo possibili.

Se ricordiamo il gesto creatore di Dio in Genesi 1, vediamo che Dio crea liberandoci dalla presa del caos, del disordine, del tohu bohu; crea separando e distinguendo il magma indifferenziato affin di dare agli esseri e alle cose una identità, un contenuto, un sapore; crea facendo della vita, dell’esistenza, del mondo una sorgente di soddisfazione, di rallegramento, di meraviglia.

Il teologo Paul Tillich ha ben ragione di invitarci a pensare, a credere e a pregare Dio non come l’essere più potente ma come la potenza stessa dell’essere. Non come colui che fa tutto e può tutto, come se non esistessimo, ma come una potenza di incoraggiamento, di persuasione e di mobilizzazione. In effetti, la creazione non è tanto ciò che ci precede, che sta già qui, quanto ciò che è da venire, che viene. Questo dinamismo creatore può ugualmente essere ripreso e ampliato da noi oppure spezzato e spento.
Una evoluzione non sacralizzataSappiamo quanto la natura è fondamentalment ambigua o ambivalente. Ci fa meravigliare, ci fa anche spaventare. Le cellule di vita, quelle stesse che fanno vivere, possono diventare caotiche e distruttrici.

La stessa creatività non elude questa ambiguità: può essere ugualmente fonte di progresso e di costruzione come di regresso e di distruzione. Precisiamo a questo punto che quando parliamo di Dio creatore non identifichiamo Dio alla creatività o al mondo creato così com’è. Se fosse il caso, Dio sarebbe il grande responsabile del mondo e del suo divenire. Dio non è tanto la creatività in se quanto la condizione di possibilità di questa creatività. Non è il possibile realizzato ma il fatto stesso che un possibile sia stato possibile.

Prendere in conto la ambiguità della natura ci libera dal sacralizzarla. Uno degli insegnamenti della predicazione di Gesù fu appunto che Dio ci libera da ogni forma di assolutismo (la Legge, il Tempio, l’idolatria, il sacro). Facciamo notare che il fatto stesso, per le religioni, di porre un referente ultimo, di credere nella realtà di uno spirito divino, di un Dio, va capito come il riconoscimento che nessuno oramai può più pretendere di essere, di farsi accettare o riconoscere in quanto tale. Il famoso Soli deo gloria delle Riforma suona come uno slogan di destabilizzazione radicale di tutti gli idoli possibili, del nostro panteon di idoli nel quale la natura occupa spesso un bel posto.

Il cristianesimo propone una ecologia che non sacralizza il naturale, che non si lascia affascinare dal naturale; un naturale di cui si sa che sempre è una costruzione sociale, culturale e talvolta ideologica. La natura, per spaventosa o magnifica che possa essere, è sempre in attesa di creazione: una creazione che è, in se, una etica, un’ arte di vivere con e per gli altri, umani e non umani.

Diremo per concludere che la creazione è un atto creatore. E’ l’azione con cui contribuiamo a far emergere il mondo dal tohu bohu delle angoscie, delle chiusure, dell’insignificante. La creazione è l’atto creatore che rende il mondo più respirabile. E’ forse già troppo tardi?

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