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Sola Scriptura ? Non veramente!

Traduction, Mardi 14 Juin 2011 à 13:15 - Italiano

  Bernard Reymond

traduzione Rebeaud JF

Ci si chiede se la tradizione abbia qualche importanza nel protestantesimo. Bernard Reymond mostra che i protestanti non si sono in realtà mai accontentati della "sola Scrittura", ma che hanno preso in conto ugualmente la loro esperienza, e anche la tradizione.



 
I protestanti si compiaciono nel ricordare che si fondano sulla sola Scrittura - sola scriptura - al contrario del cattolicesimo che fonda la sua dottrina su "la Scrittura e la tradizione". Ma questo "principio scritturario" corrisponde esso alla realtà? Qualche dubbio è permesso. Quando vi si guarda più da vicino, si constata che fin dall'origine il protestantesimo e gli stessi Riformatori sono rimasti sotto l'influenza della tradizione e che, come noi oggi, non hanno potuto evitare di leggere le Scritture con gli occhiali del loro tempo e della loro sensibilità individuale. Su questo punto come su altri, il protestantesimo non è e non è mai stato tanto "solista" quanto lo vuol proclamare, già perchè semplicemente non è possibile. E' vero per tute le correnti che lo costituiscono, siano esse più ortodosse o più dichiaratamente biblicistiche.
 
Luttero, Calvino, Castellione   

 Ernst Troeltsch ha dimostrato nel suo corso di dogmatica del 1912-1913 che l'elaborazione del pensiero christiano si riferisce sempre a tre istanze: la Bibba, la tradizione e l'esperienza attuale. E' cosa evidente con i Riformatori.
Vediamo Luttero: il suo problema primario è stato un bisogno di salvezza personale che nè la Chiesa del suo tempo nè la tradizione del suo ordine sapevano soddisfare. Ha trovato una soluzione nelle Scritture, in particolare nell'epistola ai Romani: "l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge" (Rom 3,28). Ma ha letto questo passo in funzione della propria esperienza spirituale e il testo tradotto è diventato sotto la sua penna "per la fede soltanto". Non glielo riproveremo: sta molto bene così. Ma teniamo almeno presente che infatti egli non si riferiva alla sola Scrittura, ma alla Scrittura come la sua esperienza spirituale lo portava a capirla. Un esame accurato permette di vedere che la sua lettura era perdipiù influenzata dalla lettura che Agostino aveva fatto del pensiero paoliniano, sempre in funzione della sua esperienza personale - lettura agostiniana che ha lasciato la sua impronta su tutta la tradizione cristiana occidentale (diversamente da quella orientale). E se si risale ancora un po più in alto, si constata che la lettura che Luttero fa degli evangeli, quindi del messaggio di Gesù di Nazaret, dipende a sua volta dalla interpretazione che Paolo ne ha dato e che è stata di ispirazione a Agostino...
Osservazioni dello stesso ordine a proposito di Calvino: come non essere colpito, in quanto lettore della Istituzione delle religione cristiana, dal fatto che egli non solo cita abondantemente le Scritture, ma che anche non cessa di riferirsi alla "Chiesa antica", cioè alla Chiesa dei primi secoli, i grandi concilii ecumenici compresi, come norma del suo pensiero; senza poi che si possa sempre sapere con esattezza quali concilii prende in considerazione e quali lascia da parte. Ciò perchè non esita, senza dirlo expressis verbis, a scegliere tra i dogmi allora definiti, come non esita a scegliere tra i testi biblici che gli paiono importanti e quelli che trascura; parimente queste scelte dipendono dalla sua comprensione della fede cristiana e dalle circostanze che affronta nell'istante (il suo argomentare piuttosto penoso nel caso Serveto lo dimostra chiaramente).
Nello stesso tempo l'attitudine di Sebastien Castellion è molto più convincente: egli definisce un'arte il fatto di dubitare e di credere, di ignorare e di sapere, poichè "un peccato dei più ostinati nei quali capita agli uomini di cadere, consiste nel credere laddove bisogna dubitare, di dubitare laddove bisogna credere", egli ha l'onestà e l'umiltà di riconoscere che ogni riferimento alle Scritture implica una interpretazione, dunque una buona parte di soggettività.
 
Il peso della tradizione protestante   

Il peso dell'ortodossia successiva ha irrigidito il principio scritturario nel definire che il protestantesimo non poteva riferirsi che alla sola Scrittura per elaborare la sua dottrina e i suoi modi di operare. Nel 1700 il teologo riformato zurighese Johannes Henricus Heideggerus scrive per esempio, in latino: "la santa Scrittura è parola di Dio... norma unica della fede e della vita per la salvezza". Ma si scopre attraverso una rapida lettura dei suoi testi che il ricorso a questa "norma unica" è sottomesso a un concetto generale e a una preoccupazione di sintesi dottrinale che mettono a dura prova il detto principio. Heideggerus e i suoi pari non hanno potuto fare a meno di dipendere da una tradizione: quella di un protestantesimo che cercava ad ogni prezzo di opporsi all l'uso che nello stesso istante la teologia cattolica faceva della tradizione. Era per una buona parte questa volontà di mostrasi differenti che comandava la messa in opera del principio della sola Scrittura. In fondo in fondo, la loro intransigenza su questo punto era soltanto di facciata.
Nel seguito il protestantesimo sotto tutte le sue forme non ha cessato, e non cessa, di dipendere dalle proprie tradizioni, ma nel nome di posizioni sempre legate a una lettura più o meno soggettiva della situazione e alla sensibilità personale di chi la propone. Così certuni intendono che si resti immutabilmente fedele al pensiero dei Riformatori; altri chiedono di potersene affrancare per rispondere meglio alle esigenze del tempo presente, ma sempre con riferimento al pensiero iniziale; altri ancora si pongono risolutament in reazione contro quello che chiamano il carattere severo del protestantesimo tradizionale per dare spazio agli entusiasmi, meglio alla esaltazione di alcuni gruppi di evangelicali o di pentecostali. Ogni volta si ritrovano gli stessi tre riferimenti: la Bibbia, la tradizione, e l'esperienza attuale o personale.
 
Loisy contro Harnack   

Nel campo delle idee la controversia tra il cattolico Alfred Loisy e il protestante Adolf von Harnack è emblematica della situazione. Quest'ultimo pubblicò nel 1901 il testo delle conferenze da lui pronunciate all'Università di Berlino su L'essenza del cristianesimo. La sua intenzione: evidenziare questa "essenza" svincolando il messaggio di Gesù da tutti gli sviluppi che ha subito ulteriormente, in particolare sotto l'influenza del pensiero greco o dell'apostolo Paolo. Un tal procedimento poteva essere qualificato di tipicamente liberale, e lo era.
Loisy stimava invece che la Chiesa e il suo ellenismo, ben lungi da traviare l'evangelo di Gesù, sono arrivati in punto per salvarlo; Loisy, modernista scomunicato per le sue idee, non provò nessuna difficoltà a rimproverare a Harnack di non aver ritrovato il vero Gesù della storia, ma di averlo dipinto sotto "l'immagine di un protestante liberale riflessa nel fondo di un pozzo", o detto altrimente, di aver dipinto un ritratto corrispondente alle aspettative di un Europeo colto agli albori del XX° secolo. Del resto poco dopo, Albert Schweitzer, altro protestante liberale convinto, ha proposto una critica assai simile del concetto di Harnack: il suo Gesù era troppo moderno, troppo civilizzato, e non abbastanza veramente storico.
 
Per concludere   

 Come concludere? La forza e la legitimità del procedere protestante non risiedono tanto nel richiamarsi alla "sola Scrittura", come viene ribadito troppo spesso, ma:
a) nel non smettere mai di rifarsi alla Bibbia per rileggere con occhio critico, ogni volta che diventa necessario, le tradizioni sempre soggette a revisione, o per tenere a bada la fantasia della soggettività individuale;
b) nel tenere presente il contributo delle diverse tradizioni cristiane verso le quali siamo grandemente debitori, senza temere però di esaminarne la pertinenza;
c) nel conservare una fiducia sufficiente nelle capacità della nostra soggettività attuale per evitare che il nostro riferirci alle Scritture ci porti mai a rinchiuderci in una qualsiasi fortezza della scienza o della pietà.
 

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