| La traduction d'Évangile et liberté |
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| 09 Septembre 2010 |  | I Decrescenti: chi sono veramente?
 Traduction, Jeudi 09 Septembre 2010 à 09:52 - Italiano
 Nicolas Blanc
Traduzione
JF Rebeaud
Tra i "dogmi" ricevuti in materia di economia, quello della crescita è praticamente indiscutibile. Alcuni però tentatno di metterla in forse, vanno chimati "decrescenti", o "obiettori di crescita". Il pastore N. Blanc ci interroga in proposito sotto l'ispirazione della teologia del Process.*
Gli obiettori di crescita erano per me individui che si impegnano per un mondo irenico ma vicino all'età di pietra. I media li presentano spesso ironicamente sotto l'aspetto di persone fuor di senno, prive del senso della realtà e rifiutando ogni progresso, e ci riesce difficile dar credito a un discorso che non va nel senso del socialmente corretto.
Di fatti la prassi degli obiettori de crescita è radicata nel pensiero del matematico ed economista dissidente, Georgescu-Roegen, particolarmente nel suo libro del 1071 The Entropic Law and the Economic Process (La legge dell'Entropia e l'evoluzione economica) e l'altro del 1976 Energy and Economic Myths (Energia e miti economici). Roegen trova i modelli economici moderni insoddisfacenti, perchè a suo parere isolano l'economia dal mondo che la circonda. Le scienze economiche sono fondate su principi di fisica chiamati "meccanisti", anteriori a certi dati scientifici moderni. Per esempio, un'idea primordiale dello sviluppo durevole consiste nel pensare che il riciclaggio permetterebbe di riutilizzare le materie consumate dall'uso e di considerarle come un guadagno, generando in tal modo un apporto economico. Ma questa logica economica non tiene conto del fatto che interviene una reale perdita di energia nella trasformazione di queste materie. L'energia così perduta non si può ricuperare, e pertanto la materia adoperata si degrada lentamente ma sicuramente. Roegen apre una via nuova al pensiero perchè si appoggia su principi di fisica che dimostrano come la materia umana consumata dall'economia umana non può essere tenuta per infinita. Considera lo sviluppo economico nel contesto ecologico globale (quella della Terra) insieme alla sua realtà fisica e dunque con le leggi che la comandano (detto medello viene chiamato bioeconomico).
L'analisi di Geogescu-Roegen implica il principio di "entropia", il quale significa grosso modo che l'energia perduta da un sistema contribuisce all'aumento di un disordine globale e non può più essere adoperata. Questo secondo principio della termodinamica è stato scoperto da Sadi Carnot nel 1824. Ricordiamo che i principi dell'economia imperniata sul pensiero della "crescita infinita" sono basati su principi anteriori alle scoperte di Carnot (cioè quelli che chiamiamo meccanisti).
L'applicazione di questa teoria all'economia dimostra che una gran parte dell'energia adoperata dall'industria viene trasformata in calore e non può mai ridiventare energia meccanica. L'entropia descrive un fenomeno irrevocabile. Ogni energia consumata dalle macchine finisce per scomparire. Ciò vuol dire che le risorse energitiche della Terra costituiscono un capitale limitato. Più si attinge a quello che le macchine possono adoperare, più ci si avvicina alla fine della storia fondata su una economia a crescita illimitata. Per Roegen, l'attività economica è un processo distruttore di una materia il cui volume utilizzabile è limitato.
Le teorie di Roegen e dei suoi seguaci ci possono aiutare a percepire con più precisione la realtà dei nostri processi economici. Facciamo un esempio: la banana. La troviamo nei nostri supermercati a un prezzo molto basso perchè prodotta in grandi quantità. Ma non siamo per forza consci dell'impatto della sua coltivazione. Le banane provenienti dalle piantagioni d'America centrale ricevono, per essere prodotte in grandi quantità, un trattamento di pesticidi dieci volte più elevato che nell'agricoltura dei paesi industrielizzati. Ora il 90% di questi pesticidi si perdono nel terreno circostante. I prodotti chimici tossici si ritrovano nell'ecosistema locale, causando mortalità e difformità alla fauna. Nel Costa Rica, grande produttore di banane, si stima che il 90% deil corallo muoia a causa dell'arrivo in mare dei pesticidi. Le piantagioni di banane causano l'esaurimento dei suoli, la deforestazione e la distruzione di molti ecosistemi.
Il suo prezzo della banana che mangiamo dipende dalla quantità prodotta, del costo del trasporto, ecc. ma la degradazione del sistema ecologico (senza dimenticare le morti e malformazioni anche umane) non viene in nessun caso presa in conto, visto che i sistemi economici non hanno assimilato che la biosfera è un sistema chiuso. L'impatto dell'attività fisica della nostra economia non può dissolversi senza fine nell'atmosfera; esistono dei limiti anche se non li vediamo. Tal'è la critica di Roegen ai sistemi economici fondati sulla la crescita infinita o anche quella detta durevole, per non citare il nec plus ultra: la "crescita verde".
L'insieme dei prodotti che consumiamo sono alla stessa stregua: è una materia limitata, immediatamente disponibile ma che si va rarefacendo. Quid delle generazioni future, ci chiedono i successori di Roegen?
Invece di fermarsi su una costatazione colpevolizzante per l'"homo-cliens", Hermann Daly (economista) e John Cobb (teologo del Process) fanno delle proposte per riconciliare economia e biosfera nel loro libro intitolato For the Common Good (Per il Bene Comune). Propongono per esempio di preferire al PIL (Prodotto Interno Lordo) un altro indice, l'IBED (Indice di BenEssere Durevole), che tiene conto di nuovi parametri capaci di misurare la ricchezza prodotta da un paese, quali l'educazione, la salute, il senso del lavoro individuale per il bene comune. Daly e Cobb propongono di dare nuove basi alla nostra società, a causa delle degradazioni causate dal nostro consumerismo e delle disuguaglianze che essa provoca. Per i decrescenti (quanto è riduttore quel modo di chiamarli, finalmente!), una trasformazione ecologica e sociale è necessaria se vogliamo contribuire all'abitabilità del mondo attorno a noi. Gli obiettori di crescita non sono dissidenti senza pensiero costruito, ci aprono un campo di riflessione creatore, evolutivo. Non soltanto perchè rifiutano di lasciarsi schiacciare da dottrine economiche superate (da ciò che la scienza ci ha offerto) ma ancora perchè si preoccupano di distribuire meglio le risorse. Lungi dal rifiutare il progresso, la scienza, vogliono riflettere a ll'impatto del nostro modo di consumare affinchè possa servire a qualcosa e non sia uno scopo in sè.
Ciò che mi interroga sempre di più è l'interesse che questi autori manifestano per la libertà individuale di fronte alla logica di massa; in effetti, paradossalmente, allorchè si sente parlare di "integrismo verde", non abbiamo noi forse tendenza a lasciarci addormentare da discorsi promettendo che la nostra salvezza sta nella crescita economica, che la nostra felicità sta nel rilancio della crescita o nel miglioramento del PIL?
Per gli obiettori di crescita, il centro di ogni scambio economica deve essere la condizione di vita delle esseri umani nel mondo che li circonda. Insistono, come fanno con l'IBED, sull'accedere alla gioia che nasce dal moderare il proprio consumo che preferisce all'avere relazione agli altri. Sobrietà invece di consumo significa quì sentirsi cittadino e responsabile di questo nostro mondo.
Non è questo una interpellazione per le nostre Chiese?
La teologia del Process ci invita a non permettere ai dogmi di rinchiuderci nelle abitudini, bensì a seguire la voce di Colui che tanto ama il mondo che non cessa di affermare la vita, la novità, la coscienza e la libertà (cf. John Cobb). Lasciarsi stimolare dalle domande e, perchè no, dalle aspirazioni degli obiettori di crescita mi pare oggi inevitabile per ogniuno. Non solo perchè l'avvenire è da costruire ed appartiene a ciascuno, ma anche perchè siamo i garanti di una umanitè in cerca di se stessa, che deve ricordarsi, come lo montra Douglas John Hall (Essere Immagine di Dio), che l'uomo non è indipendente dalle altre creature. N.B.
*La teologia del Process è nata negli Stati Uniti durante il secolo scorso; è contradistinta da una visione che privilegia il movimento, il dinamismo, l'evento, l'azione; vuol pensare le interferenze ed interazioni tra tutto ciò che esiste. Rinnova profondament il pensiero teologico classico, il quale distingue più che non crear legami, e vede in Dio colui che fonda, che stabilisce piuttosto che colui che mette in moto e fa muovere.
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| 06 Septembre 2010 |  | Quelle parole che non sono amate TRADIZIONE
 Traduction, Lundi 06 Septembre 2010 à 22:35 - Italiano
 Raphaël Picon
Traduzione Giacomo Tessaro
Il processo intentato alla tradizione, soprattutto su Évangile et liberté, è conosciuto. Le si rimprovera di contrastare l'innovazione, di irrigidire il pensiero, di sacralizzare il passato. In ambito religioso, il ricorso alla tradizione rischia di rendere la fede più archeologica che profetica, la teologia più patrimoniale che creatrice, la Chiesa più conservatrice che...liberale. Al ricorso alla tradizione, il protestantesimo ( questa fu una vera rivoluzione ) preferirà il ritorno umanista a una Bibbia da leggere e interpretare per l'oggi. Ma la tradizione non dovrebbe essere squalificata così in fretta ! Né il pensiero né la fede sono mai creazioni ex nihilo. Essi nascono da ciò che gli altri ci hanno trasmesso. I solchi che i nostri pensieri tracciano, per quanto creativi siano, sono sempre in parte delineati dagli antenati che ci scegliamo. È in questo modo che la tradizione guida, orienta e stimola il pensiero; essa lo preserva anche dal soggettivismo, dalla demagogia e dal manipolare ogni cosa a proprio piacimento. Inserirsi in una tradizione significa anche accettare di essere nati da qualche parte; di appartenere cioè a una storia particolare, apprezzata nei suoi stessi limiti, ovvero nella sua relatività. Ma potrebbe essere infine il fatto di avvertire nel più profondo di noi stessi la nostra fallibilità che rende felice il ricorso alla tradizione. Non perché sarebbe, essa, infallibile, ma perché le incompetenze e i balbettamenti propri del nostro oggi danno credito ai pensieri di ieri come altrettante riserve di senso, di immagini e di parole per fecondare le nostre. Niente di più, niente di meno.
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| 06 Septembre 2010 |  | ABRAMO, ULISSE E IL BUDDHA
 Traduction, Lundi 06 Septembre 2010 à 22:34 - Italiano
 Jean-Marie de Bourqueney
Traduzione Giacomo Tessaro
Le nostre esistenze umane sono dei viaggi, con la loro parte di sorprese e di progetti, di incontri e di introspezioni. L'Antichità non si è sbagliata nel raccontare la storia simbolica di tre personaggi che divengono parabole delle nostre vite: Abramo, Ulisse e Siddharta Gautama ( divenuto il Buddha ). I tre escono da se stessi, intraprendono un periplo che costituirà la loro identità; ma i tre ne trarranno delle conclusioni radicalmente divese.
Ulisse è la figura dell'avventuriero che la sua dolce Penelope attende come se dovesse ritornare da un giorno all'altro. Il suo viaggio sarà ricco di esperienze, positive e negative, che lo cambieranno. Diventerà attore di avvenimenti che fino ad allora aveva subito. Una volta terminato il suo periplo, una volta divenuto un adulto autonomo ( oggi si direbbe un leader, dal momento che si ritiene che parlare inglese sostituisca il pensiero...), ritornerà nella sua natia Itaca, vi ritroverà la sua famiglia e il suo “ posto “, arricchito dalle sue esperienze. Ulisse è il ritorno!
Siddharta Gautama esce dal suo palazzo, dalla sua condizione “ protetta “, per scoprire il mondo. Vi incontra le varie sofferenze umane. Ne trae una conclusione radicale: quella del “ risveglio “, cioé dell'uscita dalla storia e dalle proprie passioni responsabili della sofferenza. Il Buddha è l'uscita !
Quanto alla figura di Abramo, anch'essa simboleggia l'uscita, ma all'inizio della propria esistenza. Abbandona la sua “ terra “ di Caldea verso un altrove più o meno promesso. Poiché egli non sa per dove è partito, ma parte con quella convinzione che la presenza di Dio l'accompagna, che la sua esistenza ha un senso che egli gli fa scoprire. Abramo è l'avventura !
E io, io chi sono? Volta a volta Ulisse, quando aspiro al ritorno alla mia terra natia ( il mio “ ritiro “ come un ritorno...), Buddha, quando voglio fuggire lontano dal tumulto superficiale dell'agitazione umana, o Abramo, quando cerco il senso ( il significato e la direzione ) della mia esistenza. Sì, per carattere, sono i tre ! Ma la mia convinzione teologica è abramitica: vivo nell'avventura delle idee, nell'incontro delle convinzioni. Vado sempre verso un altrove del pensiero, dove non sono mai solo.
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| 04 Septembre 2010 |  | « MI JESUS »
 Traduction, Samedi 04 Septembre 2010 à 18:02 - Español

Bernard Guiery
Traduction Jean Pierre Pairou
Come se puede decir « Mi Jesus » ? Es huidizo. El atraviesa las fronteras, no pertenece a nadie. No esta a disposicion de cualquiera institucion o de cualquiera Iglesia. Nos escapa. Pero deja huellas indelebles en la memoria de los hombres . No deja de enviarnos señales. Inconsablemente, nos enseña que Dios ama, acoge, salva, endereza, reconforta y renova..
El ser humano quien se dirige hacia El tiene acceso al Dios vivido sin pasar por los sacrificios, los rituales o los dogmas. Se queda en la discresion de tal manera que no se sabe con que carta quedarse. Es curadero entre los curaderos, profeta entre los profetas, locutor entre los locutores. El nos envia una señal, nos da la mano.
Y nosotros nos hundimos en el equivoco. Nos quedamos indecisos, desconcertados.
Sin embargo es el unico que da carne, cuerpo y calor humana a la afirmacion divina.
La trradicion se permite expreciones bruscas « Soy el camino, la verdad, la vida, la resureccion, el alimento .. »
Esa pretencion declarativa contraste con obras inciertas. Vivir en las huellas de Jesus de Nazaret, es superar la incomprension divina. Sobre este camino, encuentro en este judio desconocido la bendicion del hombre.
Esa intuicion no se puede imponer. Pero quiero decir que esta bendicion toma la forma decisiva de un ser concreto, singular, historico y vulnerable. En todo lo que El dice o hace, en lo que le hacemos decir o hacer- no importa finalmente- hay una oracion de Dios al hombre y de misma manera, una oracion del hombre al Dios de las luces.
O Jesus , maestro y maravilloso compañero, en las noches y los dias que pasamos !
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| 04 Septembre 2010 |  | E' sacra la vita?
 Traduction, Samedi 04 Septembre 2010 à 17:25 - Italiano

Vincent Schmid
Una riflessione sull'assistenza al suicidio
traduzione J.-F. Rebeaud
L'associazione Exit pratica legalmente dal 2005 in Svizzera un accompagnamento che permette a persone sofferenti di malattia incurabile di mettere esse stesse un termine alle loro sofferenze. Questa prassi, giuridicamente molto precisamente inquadrata, è stata documentata in un filmato di un'ammirabile finezza: La scelta di Jean.
La delicata questione della morte volontaria è una realtà che la Scrittura non elude. Saul, Elia, Giobbe, Paulo, tutte queste figure ci sono presentate come afferrate ad un momento o all'altro dal desiderio di farla finita con la vita. Alcuni come Saul, Sansone o Giuda, compiono il gesto fatale. Si tratta di uno stato limite del comportamento umano che viene registrato ma non giudicato. Appare ogni volta in un registro chiaramente delineato dell'esperienza umana.
Che insegnamento se ne puo' trarre?
- E' possibile di capire la morte volontaria in quanto atto ultimo di libertà. La libertà ultima di un uomo di fronte all'ineluttabile destino consiste nel scegliere piuttosto che subire. Vale la pena ricordare in che modo gli evangeli, particolarment il quarto, presentano l'attitudine di Gesù di fronte alla croce. Avrebbe potuto facilmente scappare ai suoi avversari (nascondendosi o fuggendo più lontano, non gli sarebbero mancati gli aiuti), invece li affronta sovranamente. Sceglie di essere un attore della sua morte. "Nessuno mi toglie la vita, ma la depongo da me" (Giov. 10,18). Ratifica la sua parola pubblica con la sua morte volontaria.
In tal senso è vicino a parecchi filosofi del mondo antico che accettavano l'idea di marciare verso la morte. Come il Cristo, Socrate stimava che ci sono delle cause più elevate e più importanti della sola salvaguardia della propria vita.
- Vi è un altro modo di considerare la sofferenza indotta dalla degradazione fisica. Contrariamente a tanti stereotipi doloristi che circolano ancora malgrado i progressi della medicina, bisogna ribadire con forza che la sofferenza non è un valore in quanto tale. Non salva, non purifica, non eleva. La sofferenza è dell'ordine della tragedia, non della redenzione. E' la controparte esorbitante della vita sensibile, che è per forza ambivalente. Voler evitarla o abbreviarla qualora non ci sia più nessuna speranza di guarigione è una attitudine che si può capire anche se non la si condivide.
- La morte volontaria non è priva di attenzione per gli altri. L'ammalato incurabile che compie su sè stesso il gesto fatale rifiuta di infliggere a coloro che ama e che gli sono vicini lo spettacolo della malattia che lo distrugge. Vuole proteggerli del peso di una dipendenza sempre più gravosa. E' un modo per lui di evitare che essi finiscano per sperare nella sua morte dal momento che la situazione diventa insostenibile. Siamo in presenza di una forma di dono di sè nel senso più alto dell'espressione "nessuno ha amore più grande che quello di dar la sua vita per i suoi amici" (Giov. 15,13).
- La morte volontaria, infine, non daneggia la dimensione spirituale dell' essere umano. Può darsi che il Salmo 139 alluda proprio a questo stato limite del desiderio di morte: " Se dico: certo le tenebre mi nasconderanno... le tenebre stesse non possono nasconderti nulla" (Sal. 139,11). Questo passo è molto interessante poichè allude a qualcuno che vorrebbe scappare a Dio attraverso la morte volontaria. Ed ecco che il Salmista afferma che anche questo stato limite non è capace di rompere il legame spirituale che ci allaccia a Dio.
Così l'atto più radicale che un essere umano possa compiere su sè stesso, quali che ne siano le ragioni, non può scoraggiare l'amore dell'Altro. Lo conferma l'epistola ai Romani: Nè morte nè vita... potranno separarci..." (Rom. 8,38). Tutti questi elementi ci permettono di avere uno sguardo positivo su una questione che l'evoluzione demografica e scientifica delle nostre società sta per rendere sempre più acuta.
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| 31 Août 2010 |  | Viva la disobbedienza !
 Traduction, Mardi 31 Août 2010 à 21:49 - Italiano
 Laurent Gagnebin
Traduzione Giacomo Tessaro
Eppure la nostra intera educazione, familiare e scolastica, ci insegna il contrario ! Apprendiamo
così, attraverso un lungo percorso sovente doloroso, a dire sempre di sì. Ma è altrettanto necessario
imparare a dire di no. L'insegnamento del sì è così pesante e potente nella nostra vita che saper dire
di no diviene una colpa, diviene addirittura impossibile. Ci si può domandare seriamente se il
protestantesimo non sia, a osservarlo attentamente, principalmente ma non esclusivamente
nell'ambito religioso, una scuola di disobbedienza. Con esso, non si tratta di dire “ sì e...amen “. Da
Lutero a Martin Luther King, da Marie Durand che incise il suo famoso “ resistere “ a Albert
Schweitzer che remava così spesso controcorrente, lo spirito protestante, e più ancora lo spirito del
protestantesimo liberale, è in tutto e per tutto lo spirito dei resistenti e di una disobbedienza
spirituale e individuale. Rifiutare la costrizione religiosa è un gesto tipicamente protestante. Quando
contestiamo, nel nome della libertà di coscienza, il clericalismo e le infallibilità, è certamente il
diritto a una insubordinazione, a una rivolta, addirittura a una insurrezione, che difendiamo. Il
protestantesimo è incomprensibile, sia nella sua storia che nella sua essenza, senza questa virtù della
disobbedienza e dell'anticonformismo. “ Pensare e credere in totale libertà “ tale è lo slogan di
Évangile et liberté. Rifiutare il dottrinarismo e il dogmatismo autoritario, è sapere dire di no.
Nessuna istituzione, ecclesiale o meno, può, nel nome di un'ortodossia stabilita, vietarci un atto di
disobbedienza. Non siamo forse, per fedeltà a un Evangelo di libertà, degli obiettori di coscienza in
potenza?
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| 28 Août 2010 |  | Is Life Sacred? Assisted Suicide – a Reflection
 Traduction, Samedi 28 Août 2010 à 17:15 - English

by Vincent Schmid
Translated by Jack McDonald
Exit, an organisation which offers to help terminally ill people cut short their suffering, has operated legally in Switzerland since 2005. This practice, which occurs under the strictest judicial supervision, has recently prompted a fine and well-balanced documentary, Le choix de Jean [Jean’s Choice].
The delicate question of death by choice is a reality from which the Bible does not shrink. Saul, Elijah, Job, Paul – all these figures are depicted as seized at one moment or another by the desire to end it all. Some, like Saul, Samson and indeed Judas, achieve this goal. The Bible is familiar with this particular, ultimate, human behaviour: it is stated to exist rather than judged; at each occurrence, it takes place within the range of possible human experience.
But what does it mean?
It is possible to understand suicide as the supreme act of freedom. The ultimate freedom for someone facing the inevitable is to choose it rather than to have to undergo it. It is worth reminding ourselves of the way that the Gospels, especially John, present the approach of Jesus to his death on the cross: whereas he could easily have escaped from his enemies (by hiding or by fleeing – he didn’t lack for friends to assist…) Jesus instead chose to present himself before them. He chose to take a main part in his own death. “No one takes away my life; I give it by my own will.” (John 10.18) He endorsed his public pronouncements on the subject by the manner of his own death.
To this extent, Jesus sits alongside a large group of philosophers of Antiquity who countenanced the idea of deciding for oneself the time and manner of one’s death. Like Christ, Socrates thought that there were causes far higher and more important than the preservation of a single life.
A new approach to the suffering induced by physical degradation is possible: in spite of the multitude of clichés about the virtue of suffering which still circulate despite the onward march of medical techniques, we need to state again with vigour that suffering is not a value to be prized in itself. Suffering neither saves nor purifies nor instructs. Suffering belongs with tragedy and not with redemption. Suffering is the shocking shadow-side of our value-neutral sense experience. To desire to escape or cut short suffering when there is no hope of a cure is an attitude which is understandable even if we ourselves do not share it.
Suicide can be undertaken with others in mind. The incurably sick person who carries out this fatal course of action is refusing to inflict the spectacle of his own destruction by illness on those he loves; he wants to spare them the burden of an increasingly leaden dependency. It is a means for him of preventing that those around him should begin to wish for his death when this burden becomes unbearable. We can be in the presence here of a kind of self-offering in the best sense of the word: “There is no love greater than to give one’s life for one’s friends.” (John 15.13)
Finally, suicide does not cut across the spiritual dimension of human being. We note that Psalm 139 alludes to the frontier-territory of the desire for death: “If I ask the shadows to cover me, even the shadows are not dark for you.” This is especially interesting because it seems to be an attempt by someone to escape from God via suicide; and the psalmist affirms that even this end-state does not manage to sever us from our spiritual bearings.
So, the most radical act that a human being can carry out on himself, for whatever reason, cannot fend off the love of God. As Romans confirms: “Neither death nor life can separate us…” (Romans 8.38) There are plenty of factors which encourage us to think positively about a question which social and scientific changes are going to render ever more acute.
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| 01 Juillet 2010 |  | A cosa servono i Vangeli ?
 Traduction, Jeudi 01 Juillet 2010 à 22:46 - Italiano
 Raphaël Picon
Traduzione Giacomo Tessaro
A tenere viva la nostra indignazione. La predicazione del Cristo – qui è la sua forza e la sua verità – lotta per un uomo che sta in piedi. Quando tutto ci condanna allo scacco, allo squallore e alla mediocrità, l' Evangelo osa il suo “ Beati i poveri ! “, “ avanti i poveri ! “, che celebra il funerale della nostra rassegnazione e ci risveglia da nostro lungo sonno. Quando non abbiamo più motivazioni per agire, presi come siamo nel torpore debilitante degli ideali morti, quando si fa forte la tentazione di rimettersi alla forza delle cose e di cedere davanti alla vastità del compito affidatoci, l'Evangelo convoca i suoi lebbrosi, i suoi pazzi, i suoi poveri e i suoi malati. Coloro che noi non vogliamo più vedere, Gesù li piazza davanti a noi. Questa insolenza, Gesù la prende dall'Evangelo, dove si capisce il senso dell'incarnazione: dire al mondo, dire a chi vuole capirlo, l'infinito valore di ciascuno. È qui che si trova la Buona novella: nessuno potrebbe essere condannato all'invisibile. Poiché ciascuno conta agli occhi di Dio, ciascuno deve essere riconosciuto come fratello in umanità. “ L'intera teologia cristiana è una teologia di liberazione “ scrive il teologo nero americano James Cone, vicino, a suo tempo, a Martin Luther King, e al quale la Facoltà di teologia protestante di Parigi ha appena concesso un dottorato honoris causa. Leggere i vangeli significa osare guardare in faccia il brutto e il tragico per affrontarli meglio. È lasciarsi mobilitare da una predicazione dell'indignazione contro l'indegno. Dire Gesù Cristo diventa quindi un compito esigente e combattivo. Confessare il Cristo, proclamare in questo modo l'unione tra Dio e l'umano, viene a sostenere l'azione emancipatrice di Dio nell'uomo. L'uomo dell'Evangelo non avanza più a schiena piegata e a testa bassa, è salvato e resuscitato, è liberato dalle forze che lo assalgono e lo paralizzano. L'uomo dell'Evangelo è un uomo che sta in piedi !
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| 01 Juillet 2010 |  | Se Dio esiste, perché il male ?
 Traduction, Jeudi 01 Juillet 2010 à 22:45 - Italiano
 François de Vargas
Traduzione Giacomo Tessaro
Fatico a capire i cristiani che spiegano che il male esiste poiché Dio lascia l'uomo libero. Questo può calzare, a rigore, per le guerre o il cancro dei fumatori, ma non per i terremoti o le malattie ereditarie. Inoltre, si può dire che le vittime di guerra erano libere di parteciparvi ? Nemmeno l'odio, nemmeno il tabagismo sono il risultato di decisioni libere.
Quindi non ci sono che tre risposte possibili alla domanda. O certamente Dio non è onnipotente, o certamente Dio non è amore, o certamente noi non sappiamo quale sia la risposta. Mi sembra che solo l'ultima sia accettabile. Quanto a scegliere tra un Dio onnipotente e un Dio amore ( sono due affermazioni della Bibbia ), direi che posso credere solo alla seconda. In effetti l'onnipotenza è un concetto contraddittorio ( vedere l'eccellente libretto di Hans Jonas : Il concetto di Dio dopo Auschwitz ), Poiché ogni potenza si esercita contro un'altra potenza che inevitabilmente limita la prima. In compenso, l'amore non è limitato dall'amore di un altro. È proprio il contrario ! E il Cristo ha mostrato che si può amare perfino coloro che ci odiano.
I mistici hanno fatto l'esperienza dell'amore infinito, non dell'onnipotenza. E perciò voglio credere in un Dio che è amore, ma non in un Dio onnipotente.
Ma nei fatti noi non sappiamo, e solo la terza risposta alla domanda sul male è accettabile. | | | |
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LES NOTES RÉCENTES

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 E' sacra la vita?
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 A cosa servono i Vangeli ?
 Se Dio esiste, perché il male ?
 Dossologia, Louis Pernot


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