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Una rilettura teologica : « Incarnazione e Redenzione »

Traduction, Lundi 30 Janvier 2012 à 23:21 - Italiano

Camille-Jean Izard

traduzione Giacomo Tessaro

E se l'Incarnazione fosse non solo indipendente dal peccato originale, ma anche dalla Redenzione?


Ecco una questione da non porre; una questione che Calvino non voleva intendere. Per lui si trattava di una vana speculazione, di una “stravagante speculazione che attira gli spiriti volubili e bramosi di novità” (Istituzione della religione cristiana)
 
Senza dubbio egli temeva che tutte le fabbricazioni dogmatiche, le confessioni di fede – comprese le sue – crollassero. Circolare, non c'è niente da vedere; l'affare è deciso: senza il peccato originale, nessuna Incarnazione del Verbo di Dio, nessun sacrificio cruento sulla croce, nessun riscatto (latino redemptio), nessuna salvezza.

La questione non è nuova, tanto meno stupida. È stata ripresa dal teologo francescano Duns Scoto (1266-1308), ordinato sacerdote a Oxford (1291), maestro di teologia e professore alla Sorbona (1305). Morto a Colonia, ha lasciato un'opera considerevole. Metafisico e teologo di genio, è di difficile accesso. Inoltre non si capirà gran che delle sue tesi se si perde di vista la sua fedeltà al messaggio e alla testimonianza di san Francesco d'Assisi, cosa che a prima vista non appare; per quest'ultimo, l'amore di Dio, in risonanza con l'amore di Gesù Cristo, conduce ad un cristocentrismo radicale. Gesù Cristo è al centro della creazione. Per Duns Scoto, l'Incarnazione – la venuta di Gesù Cristo in questo mondo – si sarebbe attuata anche se Adamo ed Eva non avessero ceduto alla tentazione, come ci insegna il racconto mitico e simbolico di Genesi 3. Tuttavia bisogna capire che il nostro teologo non ricusava le Scritture, al contrario; collocava l'Incarnazione in una sorta di assunzione, di sublimazione della natura umana. Anche se l'uomo non avesse bisogno di essere “riscattato”, resterebbe perfettibile fino alla rassomiglianza con Cristo Gesù e alla sua adozione da parte del Padre. L'Incarnazione dunque avrebbe avuto luogo per permetterci ci crescere nell'affinamento della nostra umanità. Siamo in presenza di un processo dinamico e, in questo senso, Duns Scoto potrebbe sembrare moderno nella prospettiva di una teologia del Processo: Dio è Luce, quindi energia; è sempre al lavoro e non si stanca mai (Isaia 40,28-30; Giovanni 5,17). La perfettibilità della natura umana si iscrive nel tempo e nell'eternità. Duns Scoto incontrerà la più viva opposizione da parte dei tomisti (successori e discepoli di Tommaso d'Aquino), non solo a proposito dell'Incarnazione, ma su questioni complesse che riguardano al tempo stesso la metafisica e la teologia; per esempio quella dell'Univocità dell'essere. Duns Scoto intendeva con questo un concetto che permette all'uomo di “conoscere” e quindi di “dire” Dio. Non si stratta di “rassomiglianza” stricto sensu tra l'uomo e Dio, ma di una identità di senso o di significato tra i concetti tratti dagli esseri finiti (l'uomo) e i concetti relativi all'infinito (Dio). Solo la conoscenza dell'Essenza divina è impossibile per la creatura. Duns Scoto non esiterà a scrivere: “Se non ci fosse nessun concetto univoco, sarebbe la fine di ogni teologia.”

La questione qui accennata non è senza conseguenze. Porla implica de facto il problema della libertà. La filosofa Hannah Arendt (1906-1975) scrive per parte sua: “Nella storia della filosofia non c'è che Kant a eguagliare Duns Scoto nell'attaccamento incondizionato alla libertà.” È in nome della libertà e dell'unicità di ciascuno di noi che egli la pose. Per fare questo si appoggiò tra le altre cose sulla haecceitas (“ecceità”), una parola latina che aveva modellato a partire dal dimostrativo questo e questa; una parola che caratterizzava questa persona e non un'altra, persona insostituibile, unica, non solamente per Dio, ma per gli altri; molto semplicemente, perché creata a immagine di Dio e per la sua gloria; essa è chiamata alla santità, tenuto conto di quel processo dinamico accennato prima.

In materia di libertà Scoto aveva un predecessore: il francescano Pietro di Giovanni Olivi, difensore dell'experentia suitatis; Olivi intendeva con questo quella esperienza singolare, unica, che ciascuno di noi può fare della sua propria verità, e metterla in atto in totale libertà. È in nome di questa libertà che osò contestare al papa il diritto di scomunicare.

La legge e la giustizia sono delle regolatrici del desiderio, ma secondo me, Dio ha messo il suo amore al di sopra della sua giustizia. Lo scopo resta il coronamento della creazione attraverso il compimento dell'uomo, sempre di là da venire, e questo a immagine del Diletto di Dio. “Si dice che la caduta è la ragione necessaria della predestinazione di Cristo […] Io affermo tuttavia che la caduta non è la causa di questa predestinazione. Dico di più, se nessun angelo né uomo fosse caduto, Cristo sarebbe egualmente stato predestinato, anche se nessun altro avesse dovuto essere creato che il solo Cristo.” (Duns Scot, Reportatio Pariniensis)


 

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